POMPEI (Na), Anfiteatro Scavi, 10 luglio 2026 – Esistono luoghi in cui il tempo si è fermato, luoghi in cui si è cristallizzata una forza ctonia che implode verso un centro imprecisato. Uno di questi luoghi è Pompei, con i suoi 2800 anni di storia, i suoi corpi pietrificati ed i dipinti ancora troppo vivi per essere così antichi. Ogni tanto la strana nebbia del non-tempo si dirada ed avvengono eventi eccezionali, unici. Noi che amiamo la musica e le sue ipnosi non abbiamo mai dimenticato quando i Pink Floyd edificarono le mura della musica psichedelica proprio nell’Anfiteatro degli Scavi della città di Pompei dove sta per svolgersi il nostro concerto.
Ad onorare il susseguirsi di pietre miliari è toccato agli svedesi Opeth, la band prog metal capitanata da Mikael Åkerfeldt , voce e chitarra di una delle formazioni più ammirate al mondo nel campo della musica di qualità. Nella platea gremitissima di questa calda serata pompeiana tocca agli americani Blood Incantation aprire le danze. Probabilmente non ha mai risuonato, fra le antiche rovine della città campana, una vibrazione di tale intensità. È un prog death metal adatto non tanto a nutrire i movimenti del corpo quanto i canali misteriosi della mente. Un indecifrabile ritualità che sembra far riaffiorare antiche divinità aliene sommerse nella terra, un caos che nel momento in cui sembra degenerare rivela in realtà un disegno ben preciso. L’esecuzione dei brani tratti tutti dal recente ed apprezzatissimo “Absolute Elsewhere” è un introduzione quasi sacrale all’ingresso della band principale della serata, con dei momenti che passano da una cieca brutalità ad intervalli cari ai corrieri cosmici tedeschi, come i Tangerine Dream che hanno collaborato all’album donando un tocco d’infinito. Mikael Åkerfeldt, con la sua disarmante semplicità, fa il proprio ingresso sul palco insieme alla band.

Gli Opeth aprono il loro concerto con “§1” tratto dalla loro ultima fatica “The Last Will and Testament” . Prima della partenza del brano ascoltiamo un brano introduttivo molto inquietante e misterioso: si tratta di “Seven Bowls” del gruppo greco degli Aphrodite’S Child, incluso nel loro album “666” del 1972 ispirato all’Apocalisse di San Giovanni, in cui ci sono delle voci recitanti, come in una litania rituale , su un tappeto di strani scampanellii:
“The first bowl on the Earth The second bowl on the sea The third bowl on the rivers The fourth bowl on the sun The fifth bowl on the Beast The sixth bowl on the stars The seventh bowl on the air And the Earth turned gray The sea turned black The rivers turned red The sun turned cold The Beast turned pale The stars turned fast The air turned to poison”.
Lo schermo posto alle spalle del gruppo mostra un interno di una casa patriarcale dove i quadri prendono vita e vengono lambiti da lingue di fuoco, un commento visivo ai contenuti di “The Last Will and Testament”, l’album che ha maggiore rilevanza in una setlist che contiene diverse sorprese. La storia di una famiglia che si appresta a scoprire segreti terribili durante la lettura del testamento del patriarca morto è la trama gotica che sta alla base del concept dell’album, lavoro in cui gli Opeth recuperano una loro matrice più violenta, compreso l’uso del growl, abbandonato anni prima con l’album Heritage (2011) a favore di una forma di prog con canto pulito, sicuramente più rassicurante. E da questi album post “Heritage” che proviene il secondo brano del live: “Hjärtat Vet Vad Handen Gör”, tratto dall’album cantato in svedese “In Cauda Venenum” del 2019, un pezzo comunque di una potenza incredibile suonato con grande perizia tecnica.
Ma Il primo grande sussulto del pubblico lo abbiamo con “Godhead’s Lament” tratto da “Still Life”, concept scurissimo che risale al 1999. Il brano, lungo oltre nove minuti, alterna momenti più squisitamente prog-death metal ad altri melodico e corali, nei quali non è difficile intravedere influenze come Jethro Tull se non addirittura CSN&Y. La bravura e la precisione dei musicisti sul palco oltre ad essere indiscutibile appare addirittura sorprendente, ed ogni passaggio è un manifesto di quella perizia tecnica che Mikael Åkerfeldt ha sicuramente appreso dal prog italiano di band come la Premiata Forneria Marconi e il Banco Del Mutuo Soccorso. Ma abbandoniamo l’oscuro concept con la storia di amore e morte fra Melinda ed il reietto per tornare al concept “testamentario” attuale con “§7”. Åkerfeldt, che ama dialogare con il pubblico, afferma che nel brano si sente la voce campionata di Ian Anderson dei Jethro Tull, ma è l’unica cosa registrata in tutto il concerto. Il pubblico risponde calorosamente italianizzando il nome dell’artista e chiamandolo in coro “Michele”.

Poi arriva il turno di un estratto dal gia citato “Heritage”: “The Devil’s Orchard” è un prog raffinato pieno di sfumature ritmiche interessanti e con uno sviluppo melodico di gusto elevato. Ancora un brano elegante e dall’andamento tranquillo la classica “Wimdowpane” tratto da “Damnation”. Le setlist degli Opeth sono davvero complesse quando le intenzioni sono di abbracciare tutta la propria carriera dopo 14 album in studio composti da brani di minutaggio elevato, come insegna la tradizione del progressive. Oltre Åkerfeldt troviamo sul palco altri quattro musicisti: Fredrik Åkesson alla chitarra e cori, Martín Méndez bassista ormai storico della band, Joakim Svalberg alle tastiere ed ai cori ed infine l’acquisto più recente Waltteri Väyrynen, giovane e sorprendente batterista. Con tale formazione di musicisti eccellenti, gli Opeth riescono davvero a toccare tutti i punti della loro carriera, compreso i momenti più complessi.

Ed infatti un altra grande prova viene offerta da “The Grand Conjuration”, oltre dieci minuti di musica mutante tratta da uno dei capolavori della band “Ghost Reverie”. Ma un altro ripescaggio inatteso provoca un secondo boato del pubblico: “Demon Of The Fall”, dal remoto album “My Arms, Your Hearse” del 1998, altro concept gotico basato su storie di fantasmi. Il brano è di un aggressività inaudita ma non mancano momenti in cui la musica cambia radicalmente ma questa, come sappiamo è una caratteristica degli Opeth. Dopo un altra picchiata a “The last will and testament” con il robusto “§3” c’è un divertente intermezzo con la “cover” di “You Suffer” dei Napalm Death ripetuta per due volte con il pubblico con la durata di due secondi in totale.
Poi finalmente è il turno di Blackwater Park con l’immensa “The Drapery Falls”, summa del suono prog metal degli Opeth all’epoca con la collaborazione dal genio di Steven Wilson di cui si sente il tocco. Inutile dire che il coinvolgimento emotivo del pubblico è al massimo ed anche la band sembra dare il meglio di se. A chiudere la scaletta un’ inaspettata “Hex Omega” dove si sente con forte evidenza l’influenza del prog degli anni ‘70. Il concerto sarebbe finito, ma non senza il bis di rito che altro non poteva essere che “Deliverance”, chiusura magistrale di un concerto epocale con le sue folgorazioni ritmiche di una precisione spaventosa.
Credo che il concerto degli Opeth a Pompei sia stato uno degli eventi più memorabili della storia del rock contemporaneo. Nel luogo del mito, il prog metal della band svedese ci ha destati da un sonno millenario per farci condividere, per una sera sola, emozioni, sospiri, paure ed epifanie ancora sconosciute.
Setlist Opeth
§1
Hjärtat Vet Vad Handen Gör
Godhead’s Lament
§7
The Devil’s Orchard
Windowpan
The Grand Conjuration
Demon of the Fall
§3You Suffer (Napalm Death cover)
The Drapery Falls
Hex Omega
Deliverance



