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Live Report SOMMARIO

GENESIS, Londra, 26/03/22 – Analisi del ‘The Last Domino? Tour’!

GENESI DEL TOUR

LONDRA, O2 Arena, 26/03/22 – Quando, nel 2019, gli amici di VeroRock.it mi proposero di collaborare alla loro webzine, non avrei mai immaginato di recensire, tre anni dopo, il concerto di una reunion dei Genesis. Il troppo tempo trascorso dal trionfale Turn It On Again: The Tour del 2007 e gli innumerevoli problemi di natura personale e familiare che in questo arco temporale hanno flagellato Phil Collins non lasciavano intravvedere nulla di positivo all’orizzonte, tant’è che la speranza di un ennesimo colpo di coda dei miei beniamini si affievoliva di anno in anno. È noto a tutti che Mike Rutherford (chitarra, basso) e Tony Banks (tastiere) – due dei membri fondatori del gruppo rimasti – memori dello scarso riscontro di vendite dell’album Calling all stations e di pubblico del relativo tour, non se la sarebbero più sentita di imbarcarsi in un’avventura live senza Collins in formazione. Il Turn It On Again: The Tour ha avuto ripercussioni fisiche sul singing drummer: dapprima, la perdita di forza alla mano sinistra per il prolungato uso delle bacchette durante il drum duet e, successivamente, il venir meno della sensibilità al piede destro – quello che in inglese viene definito, in termini medici, drop foot – a seguito, nel 2015, di un intervento chirurgico alla schiena resosi necessario per rimediare allo schiacciamento di alcune vertebre (complicanza che lo costringe, tuttora, a deambulare con l’ausilio di un bastone). A questi problemi si è aggiunto il duplice naufragio del matrimonio con la moglie Orianne Cevey che ne ha minato lo stato di salute psicologico, gettandolo in un quasi fatale tunnel dell’alcol, dal quale ne è miracolosamente uscito grazie alle sue sole forze e alla ferrea determinazione nel non voler intraprendere un percorso riabilitativo.

Ma si sa, dopo la tempesta viene la quiete e i primi segnali che qualcosa stesse cambiando affiorano nell’ottobre del 2016 quando viene indetta e trasmessa via web dalla Royal Albert Hall una conferenza stampa nella quale Collins presenta la sua biografia dal titolo “Not dead yet” e contestualmente annuncia il ritorno sulle scene: il tour viene chiamato in maniera umoristica “Not dead yet live!” per via dell’antitesi tra le parole dead e live. Accanto ai musicisti che storicamente accompagnano Phil nei suoi tour solisti, c’è l’importante novità del figlio Nicholas, appena quindicenne, al posto dello storico batterista Chester Thompson. Nei mesi successivi, si assiste a un progressivo avvicinamento fra i tre Genesis: se da un lato Mike Rutherford e Tony Banks si complimentano con Phil per la performance di Nicholas dopo aver assistito alla tappa londinese del tour, dall’altro Phil si dichiara disponibile a una reunion con i suoi ex-compagni a condizione che il figlio suoni la batteria.

Successivamente, nel corso della tappa europea del Still not dead yet live! tour del 2019 Rutherford, terminata l’esibizione con i Mike & the Mechanics – il suo gruppo che fa da support act ai concerti di Collins – fa capolino sul palco nelle date di Berlino, Aarhus e Bergen per accompagnare con l’acustica Phil che canta Follow you follow me. È certamente un buon segnale.

Mike Rutherford e Phil Collins a Berlino il 7/6/2019

Sicché, dopo due anni di tour e oltre cento concerti, Collins decide di comune accordo con Banks, Rutherford e Tony Smith (il loro manager da quasi cinquant’anni) di vedersi all’inizio dell’anno successivo. Un’ipotesi di reunion comincia a prendere forma nel mese di gennaio 2020 quando i tre Genesis vengono

Il trio al Madison Square Garden nel gennaio 2020

fotografati a New York sugli spalti del Madison Square Garden durante una partita del campionato NBA. I tre, insieme a Daryl Stuermer (chitarrista e bassista, con loro dal 1978) e Nicholas Collins (al suo primo test con la band) stanno infatti provando per capire se ci sono le condizioni per affrontare un tour all’altezza del nome. Il primo feedback è positivo. Dopo due settimane di prove, risulta evidente che questa nuova reincarnazione può avere un futuro: non mancano né i mezzi finanziari e tecnici né la volontà di affrontare questa ulteriore prova.

Il trio durante una pausa delle prove. Foto: Will Ireland

E infatti, il 4 marzo 2020, nel corso di una trasmissione radiofonica alla BBC2, viene annunciato un mini tour di otto date inglesi, poi diventate diciassette, che viene chiamato The Last Domino? Tour, previsto per novembre e dicembre 2020. All’appellativo viene volutamente aggiunto, su suggerimento di Banks, il punto interrogativo per instillare un pizzico di ambiguità sui futuri progetti live del gruppo. Tuttavia, se in quella occasione Banks e Rutherford sfoggiano una discreta forma, lo stesso non si può dire di Collins, che mostra una precaria condizione fisica e una timbrica vocale non propriamente rassicurante, il che getta più di un’ombra sullo spessore artistico del progetto. Da quando il frontman ha annunciato il suo ritorno sulle scene nel 2016, non si sono visti apparenti miglioramenti delle sue condizioni fisiche, al contrario.

Il trio negli studi della BBC. Foto: BBC2 radio
Foto promozionale: Patrick Balls/Martin Griffin

Ma c’è, purtroppo, dell’altro: al momento dell’annuncio del tour, nessuno poteva prevedere un rapido diffondersi del SarsCov-2 tale da costringere il management a rinviarne l’inizio per ben due volte, la prima ad aprile 2021 e la seconda a settembre dello stesso anno. Ma la ferrea determinazione della band e del management prevale sui disastrosi effetti a breve termine del virus: nessuno, infatti, se la sente di annullare il tour e si opta, invece, per un rinvio sine die, essendo il progetto già avviato e troppe le professionalità coinvolte nell’organizzazione dell’evento. Nel novembre del 2020 viene definita la produzione scenica e, per supportare la prestazione vocale di Phil, vengono reclutati due coristi con discreti trascorsi nello show business musicale: l’irlandese Patrick Smyth e l’inglese Daniel Pearce, che suona anche le percussioni. Quando sembra materializzarsi lo spettro di un ulteriore rinvio del tour, l’annuncio del governo inglese di un totale allentamento delle restrizioni a partire dal mese di luglio fa tirare a tutti un sospiro di sollievo. La sospensione delle iniziali date irlandesi non ostacola l’inizio del tour che finalmente parte da Birmingham il 20 settembre e procede senza intoppi fino al 7 ottobre quando Banks, Rutherford e Nicholas Collins contraggono il SarsCov-2 costringendo il management a posticipare a inizio primavera la seconda serata di Glasgow (poi definitivamente cancellata) e i tre concerti conclusivi di Londra. Dato l’enorme riscontro di pubblico nella tappa inglese del tour, qualche settimana dopo vengono aggiunte una manciata di date europee prima delle riprogrammate date londinesi. La tappa nordamericana di novembre-dicembre procede fortunatamente senza intoppi cosi come quella europea che inizia a Berlino il 7 marzo e si conclude a Londra il 26 marzo nel bel mezzo dell’ennesima ondata pandemica.

L’ALLESTIMENTO SCENICO: UN’ORCHESTRA DI OGGETTI IN MOVIMENTO

Negli spettacoli dei Genesis si sono sempre potute ammirare le ultime meraviglie in fatto di tecnologia e il tour appena concluso non fa eccezione. Con la differenza che stavolta la scenografia e le proiezioni sono state progettate in funzione della ridotta mobilità di Phil Collins, per cui hanno assunto importanza ancora maggiore che in passato quando lo show si incentrava anche sulle esibizioni del carismatico frontman. Diverse società sono state coinvolte nella ideazione, progettazione e realizzazione dell’allestimento scenico. L’ingegnerizzazione, la produzione e l’assemblaggio della pavimentazione, dei montanti e degli elementi fissi e mobili del palco è stata commissionata alla WIcreations BVBA (www.wicreations.com) società belga costituita nel 2005 con sede a Heist-op-den-Berg, un piccolo comune delle Fiandre nella provincia di Anversa. La società ha già realizzato importanti progetti in campo musicale per conto di prestigiosi artisti fra cui Roger Waters (Us + Them world tour, 2018), Vasco Rossi (Modena 2017) e The Rolling Stones (No Filter tour, 2021). È tuttora in corso la tournée dei Simply Red (Blue Eyed Soul tour, 2022) mentre a breve partirà quella degli ABBA (Voyage tour, primavera 2022). Data l’imprevedibilità degli spostamenti in periodo di pandemia, è stato realizzato un palcoscenico flessibile, veloce e facile da predisporre con una struttura robusta e stabile che garantisse lo spazio necessario per lo stoccaggio di materiali e tecnologia, al fine di minimizzare i tempi di carico e scarico e montaggio e smontaggio dell’allestimento, che consta di ventitré elementi mobili: dodici schermi, cinque pannelli e sei tralicci. Questi elementi mobili sono progettati e controllati per compiere movimenti singoli, in raggruppamenti o corali e sincronizzati con la musica grazie all’ausilio di ben cinquantasei dispositivi, preprogrammati e gestiti tramite il software cloud WImotion e una console. Un traliccio di trentasei metri collocato orizzontalmente nella parte superiore del palco sostiene, con l’ausilio di dodici carrelli di trasporto e dodici rotatori, un set di dodici schermi video a led ad alta definizione di dimensioni comprese tra sei e dieci metri e collocati ad altezze differenti. La rotazione degli schermi di centottanta gradi rivela la parte posteriore su cui sono montate dodici luci, per un totale di centoquarantaquattro luci mobili. Ciascuno schermo mostra contenuti video separati per poi fondersi, in determinati momenti dello spettacolo, con gli altri schermi diventando un unico display panoramico che il software WImotion sincronizza con la musica: una prima mondiale. I cinque pannelli luce sono realizzati in fogli di alluminio composito e dotati ciascuno di strisce led integrate che possono accendersi, attenuarsi o fondersi separatamente in ipnotiche esplosioni di colore e sedici teste mobili controllate in modo indipendente l’una dall’altra. Infine, i sei tralicci sono completamente avvolgibili per mezzo di un impressionante sistema di funi automatizzate.

Wimotion previsualizer (dal sito web www.wicreations.com)

La progettazione dell’impianto luci e dello spettacolo è stata affidata alla Woodroffe Bassett Design (www.woodroffebassett.com) società nota per le realizzazioni pionieristiche nel campo dell’architettura e degli spettacoli musicali dal vivo che annovera, tra le proprie collaborazioni, nomi quali Elton John, The Rolling Stones, AC/DC, Adele, Ozzy Osborne, Phil Collins e, naturalmente Genesis (Calling All Stations tour e Turn It On Again: The Tour). L’impianto luci, come accennato, consta di centoquarantaquattro luci mobili del tipo Scenius Unico, prodotte dalla Claypaky – marchio di riferimento a livello mondiale nel settore dei sistemi di illuminazione professionale – e fornite dalla Neg Earth Lights, società leader nei servizi di noleggio per eventi musicali. La caratteristica più innovativa della Scenius Unico è che in grado di generare un potente fascio di luce super concentrata con un angolo minimo di soli cinque gradi. I contenuti video, invece, sono stati realizzati dalla Treatment Studios in stretta collaborazione con i membri del gruppo e con Tony Smith. L’agenzia vanta una solida esperienza nella produzione di contenuti multimediali, scenografia, illuminazione e creazione di contenuti interattivi e ha collaborato in passato sia con Phil Collins che con i Genesis.

IL CONCERTO

I varchi vengono aperti alle 17 onde consentire un regolare afflusso degli spettatori nell’arena. Al fine di evitare lunghe code agli stand del merchandising, vengono allestiti tre punti vendita (due all’esterno dell’area polifunzionale e uno all’interno dell’arena) ma, date le rigide disposizioni che impongono un limite alle dimensioni degli oggetti che è consentito portare con sé, le persone preferiscono effettuare gli acquisti nel punto vendita interno con il risultato che la coda formatasi si allunga mano a mano che ci si avvicina all’orario previsto per l’inizio del concerto.

Uno dei due stand esterni del merchandising

Io non posso fare a meno di riportare a casa per me, mia moglie e l’amico Maurizio Astolfi, qualche gadget commemorativo del tour: il gioco del domino, t-shirt, mascherine, berretti, tour programme, cappelli, set di sottobicchieri e la bellissima wine bottle bag, accessori griffati con il classico logo “pennellato” della band. Non vi è, stranamente, traccia di materiale musicale (le due compilation The last domino? nei formati doppio cd e quadruplo LP) né dei bicchieri con logo, venduti invece nelle prime date inglesi del tour.

Set di sottobicchieri
Wine bottle bag + cappellino
Gioco del domino + fan ticket

Tour t-shirt
Tour programme + mascherina
Berretto

Benché sia il mio quarto concerto del tour dopo quelli di Amsterdam del 21 e 22 marzo e la data londinese della sera precedente (la mia prima volta alla O2 Arena) l’emozione è alle stelle. La struttura è imponente tanto fuori quanto dentro e può ospitare quindicimila persone in configurazione fully seated.

Londra, O2 Arena
Londra, O2 Arena

Alle 20.15 le luci si spengono lasciando che sia il solo palcoscenico ad essere avvolto da una luce bluastra. Il pubblico inizia a rumoreggiare sulle note della suggestiva Already Dead, tratta dalla colonna sonora del film American Beauty, invocando a gran voce l’ingresso della band. I tre minuti e passa dello splendido strumentale scritto da Thomas Newman – compositore statunitense di colonne sonore cinematografiche – creano un’attesa spasmodica che sembra non finire mai. Ma ecco che i sette musicisti si dirigono verso le loro postazioni e il concerto ha finalmente inizio.

Londra, O2 Arena
Amsterdam, Ziggo Dome 21/3/2022

Partono le note della maestosa Behind the lines, brano di apertura di Duke, album del 1980 che chiuse definitivamente il sipario sull’era progressive del gruppo. L’impatto sonoro e visivo è a dir poco elettrizzante: azzeccata la scelta del brano quale opening track, perfettamente calibrata l’amplificazione che garantisce un sound cristallino e potente ma tutt’altro che invasivo, sensazionali i coni di luce bianca proiettata dalle sedici teste mobili dei cinque pannelli sovrastanti e armonizzata con gli stacchi ritmici dell’intro strumentale. Il pubblico in platea è già tutto in piedi e lo sarà per l’intero concerto, alla faccia del biglietto da duecento e passa sterline spese per un posto a sedere! Phil tamburella spensieratamente, Rutherford è al basso, Stuermer è onnipresente con un sensazionale lavoro di rifinitura alla sua Fender Stratocaster ma la vera sorpresa è Nicholas, perfettamente integrato nel gruppo al quale fornisce una spinta poderosa con il suo drumming preciso, forse meno tecnico ma più potente di quello del padre.

Behind the lines – Londra, 26/3/2022

L’intro si fonde con Duke’s End, brano di chiusura di Duke caratterizzato da una ritmica molto serrata che richiama la sequenza strumentale di Behind the lines: Stuermer continua a giganteggiare alla elettrica, Banks è impeccabile, Pearce dà il suo contributo alle percussioni. Non poteva esserci inizio migliore. La scenografia è squisitamente vintage: lo sfondo nero è costellato di cerchi bianchi che richiamano il gioco del domino, i pannelli si inclinano verso il pubblico di quarantacinque gradi, le teste mobili diffondono un andirivieni di fasci luminosi che riporta la mente ai fasti di Seconds Out.

Duke’s end – Amsterdam, 21/3/2022

Nemmeno il tempo di metabolizzare l’esaltante inizio che al medley introduttivo viene agganciata Turn it on again, primo singolo estratto da Duke che contribuì, insieme a Misunderstanding e a Duchess, a proiettare l’album per la prima volta nella storia del gruppo in vetta alle classifiche inglesi. Il brano è diventato un classico del loro repertorio live essendo stato suonato ininterrottamente dal 1980, sia come canzone a sé stante che come contenitore di un medley di brani rythm & blues anni sessanta. Rutherford passa alla chitarra e tesse il classico riff introduttivo, Stuermer è alla chitarra e alla pedaliera del basso, Collins conta fino a quattro e all’unisono partono gli accordi di sintetizzatore e chitarra. L’intreccio di luci crea uno strabiliante effetto gabbia, un bagliore acceca il palco e subito dopo compaiono le immagini dei tre Genesis proiettate sugli schermi. Il pubblico accoglie gli effetti scenografici con un boato di approvazione e danza sulle note di una canzone all’apparenza semplice ma dalla metrica irregolare. L’affiatamento tra sezione ritmica, chitarra e tastiere è pressoché perfetto, Collins mostra qualche difficoltà nello scandire le parole ma canta in una tonalità che mantiene intatte grinta e dinamismo del brano.

Turn it on again – Londra, 25/3/2022

Mama irrompe sulla scena con il suo carico di tensione e drammaticità. Il primo singolo dell’album Genesis viene pubblicato nell’agosto del 1983 diventando negli anni il pezzo più riconoscibile della produzione artistica del gruppo. La storia, narrata in prima persona, ha come protagonista un giovane la cui infatuazione nei confronti di una prostituta non viene corrisposta. La scenografia muta radicalmente: i cinque pannelli luce vengono disattivati, il rosso porpora diventa la tinta dominante e dal ghiaccio secco emerge il volto di Collins con il suo ghigno feroce e diabolico (qui eseguito non impeccabilmente). All’attacco della terza strofa Phil dimentica la frase “It’s hot, too hot for me, mama” sostituendola con “My eyes they’re burning mama”, che canta correttamente subito dopo. Questa versione di Mama è più corta in quanto priva della strofa che precede l’assolo di chitarra, una scelta comprensibile alla luce dell’enorme sforzo vocale di cui il brano necessita per non perdere vigore ed espressività. Su un palco abbagliato da lampi di luce bianca, colpi secchi e rullate di batteria lasciano spazio all’assolo di Rutherford, eseguito con qualche variazione di accordo rispetto ai precedenti tour. Una versione di Mama decisamente meno convincente che in passato.

Mama – Londra, 25/3/2022
Mama – Amsterdam, 21/3/2022

Prima pausa della serata. Collins annuncia, con un pizzico di commozione, quello che quasi tutti immaginavano all’inizio del tour ma che non avrebbero mai voluto ascoltare dalla viva voce del frontman: “Tonight is a special night, of course we are playing in London, it’s the last stop of our tour and it’s the last show for Genesis”. All’annuncio fanno eco cori di composta disapprovazione del pubblico e allora per addolcire l’amara pillola, Phil prova a sollevare il morale dei presenti con il suo immancabile umorismo “and yes, after tonight, we’re all gonna get real jobs!”. Per una pura coincidenza, esattamente questo giorno del 1976 i Genesis si imbarcavano – non senza qualche incertezza e timore dovuti alla fresca defezione di Peter Gabriel – per il tour di A trick of the Tail con Collins come cantante solista.

Segue la presentazione di Land of confusion:“This next song was written a while ago, as most of these songs were!”. Il testo della canzone, scritto a metà anni ottanta e condizionato dal clima di crescente tensione legata alla Guerra Fredda tra le due superpotenze nucleari USA e URSS è, nelle parole di Phil, tremendamente attuale in quanto riflette le incertezze e le paure del mondo contemporaneo, attanagliato dal SarsCov-2 e, più recentemente, sgomento di fronte ai tragici fatti legati all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, che Collins apostrofa senza mezzi termini con l’espressione “that stupid fuckin’ Putin trying to start Third World War”. Stuermer è al basso mentre Rutherford inanella con disinvoltura la consueta serie di riff alla chitarra elettrica. A conferire potenza al brano ci pensa Nicholas con il suo drumming preciso e puntuale. Collins è in leggera difficoltà all’attacco della seconda strofa “Oh Superman, where are you now, when everything’s gone wrong somehow?” ma viene supportato egregiamente dai due coristi su qualche linea vocale e ai cori. Le proiezioni tratteggiano un excursus che celebra la maestosità architettonica e i fasti delle civiltà antiche in contrapposizione al decadimento del mondo moderno – il confronto passato-presente è un tema che ricorre con discreta frequenza nella discografia dei nostri – in cui tutto va letteralmente a rotoli (di carta igienica) e dove un esercito di persone prive di identità e di personalità – tutte indossano la mascherina a parziale protezione del volto e il medesimo abito, bombetta, occhiali scuri e valigetta in mano – marciano all’unisono senza una precisa meta. Patrick Woodroofe, ideatore delle proiezioni, ha preso spunto dalla situazione di caos e di incertezza legate alla pandemia da SarsCov-2.

Land of confusion – Amsterdam, 21/3/2022
Land of confusion – Londra, 26/3/2022

Ed ecco che arriva il primo momento di interattività tra Collins e il pubblico. L’ambientazione è una casa situata su un versante collinare che affaccia sul mare, la cui posizione ne fa un luogo popolato da fantasmi. Un ladro che vi fa irruzione si accorge ben presto della presenza delle creature sovrannaturali che non lo lasceranno andare più via in quanto interagire con lui è l’unico modo per rivivere il loro passato di esseri liberi: “You’ll be pleased to hear it’s the first Genesis party trick of the evening! Now, this may be a surprise to you but we are gonna try our best to get in touch with the other world … I can see you know where we’re going … no one’s too cool for this, we’ve all gonna do it!”. Collins incita il pubblico a seguire una semplice regola per scacciare dall’abitazione le nefaste creature che si annidano ovunque che consiste nel sollevare le mani ed emettere suoni sinistri per liberare il tetto, i muri e i pavimenti dalla presenza di quelle entità aliene e annuncia Home by the sea. Il rito collettivo si perpetua dal Mama tour (1983/84) e il pubblico pare proprio apprezzare. All’iniziale, aspro, accordo di chitarra ripetuto quattro volte fanno dapprima eco i soli coristi che intonano quattro volte il titolo e, successivamente, Collins che inizia a cantare dalla prima strofa. Il brano scorre via in maniera fluida e Phil si destreggia abbastanza abilmente tra le non facili liriche fino a “Sit down, as we relive our lives in what we tell you, let us relive our lives in what we tell you“, strofa cantata in costante ritardo rispetto ai coristi che sortisce un buffo effetto eco. Tetramente suggestiva la scenografia: l’impianto luci emana un monocromatico viola scuro, i pannelli formano un arco concavo mentre sugli schermi scorrono, in sequenza, immagini della casa sul mare (che ricorda la sinistra casa del film “Psycho” nella famosa pellicola del maestro Alfred Hitchcock), esseri mostruosi che tentano di materializzarsi dai muri creando un effetto tridimensionale e creature evanescenti che richiamano “Il grido” di Edvard Munch, simbolo delle angosce interiori e della conseguente, irreversibile, perdita dell’armonia tra l’uomo e il cosmo.

Home by the sea – Londra, 26/3/2022

È la volta di Second home by the sea, splendida appendice del precedente brano la cui lunga sezione strumentale alterna momenti di apparente serenità a momenti di pura inquietudine. Il brano cresce ritmicamente con il passare dei minuti: Rutherford arpeggia alla elettrica in maniera sempre più ossessiva, le tastiere di Banks riproducono il suono di uno xilofono poco prima che Stuermer faccia venir giù l’arena con un micidiale slapping al basso. Phil si cimenta in un commuovente air drumming mentre il figlio Nicholas fa seriously drumming rullando impetuosamente fino alla fine. La scenografia asseconda la musica nel creare un clima claustrofobico e spettrale: i cinque pannelli si inclinano alternatamente nell’una e nell’altra direzione scendendo quasi ad altezza musicista, un diluvio di fulmini colorati si abbatte sul palco e sugli schermi fanno capolino un muso felino e volti satanici. Sul finale, la tensione si allenta e Phil riprende lentamente il suo posto per cantare la strofa conclusiva. Impeccabile esecuzione di una delle migliori versioni live dal 1983 ad oggi.

Second home by the sea – Londra, 26/3/2022
Second home by the sea – Londra, 26/3/2022
Second home by the sea – Amsterdam, 21/3/2022
Second home by the sea – Londra, 26/3/2022

È giunto il momento del secondo, inedito, medley della serata. Il tuffo nei gloriosi anni settanta fa una breve tappa negli anni novanta: apre Fading lights, il brano più malinconico dell’intero set che chiudeva in maniera mirabile l’album We can’t dance. Sul palco i tre artefici del capolavoro in perfetta solitudine: Rutherford imbraccia per la prima volta nella serata una doppio manico – chitarra a dodici corde Gibson EDS-1275 e basso Yamaha TRB a quattro corde – e arpeggia dolcemente alla dodici corde su un delicato tappeto di tastiere. Nelle loro menti scorrono probabilmente le immagini di una vita passata insieme sul palco e fuori, vista l’amicizia che li lega fin dai loro esordi artistici. Il palco è ammantato di luce bluastra mentre i dodici schermi alle spalle del trio compiono rotazioni multiple e, nell’allinearsi, creano grattacieli caleidoscopici. Il tranquillo incedere della melodia consente a Phil di sillabare un pò più lentamente le liriche “Far away, away, fading distant lights/Leaving us all behind, lost in a changing world”. Se già nel 1991 il testo lasciava in qualche modo presagire la fine del partenariato artistico tra i tre membri superstiti, la scelta di inserire il brano in scaletta ha un fascino smaccatamente crepuscolare “Like the story that we wish was never ending/We know sometime we must reach the final page/Still we carry on just pretending, that there’ll always be one more day to go”…“Days of lives that seemed so unimportant/They seem to matter and to count much later on”. Il senso è che troppo spesso ci si comporta non apprezzando persone, cose o situazioni della cui importanza ci si rende conto solo dopo che non potranno più essere rivissute.

Fading lights – Amsterdam, 21/3/2022
Fading lights – Londra, 26/3/2022

Nemmeno il tempo di commuoversi ed ecco che irrompe con furore la sezione strumentale del monumentale The Cinema show. Gli altri musicisti rientrano sul palco con la sola, temporanea, eccezione di Smyth. Cuore, muscoli e tecnica danno forma al più grandioso strumentale, secondo chi scrive, della loro discografia: Stuermer è alla chitarra solista e, insieme a Banks, tesse la melodia principale del brano. Rutherford imbraccia ancora la chitarra a doppio manico e imbastisce il classico riff in 7/8 su cui Banks dapprima costruisce ariose armonie seguitando con un vorticoso giro di accordi che conduce al frammento di Riding the scree e poi verso l’epico finale. Le immagini dei protagonisti in azione vengono proiettate, a rotazione e in leggero fuori sincrono, racchiuse tra due cornici angolari simmetriche: il palco si trasforma in un gigantesco cinematografo dalle molteplici forme e colori. Phil coccola visivamente il figlio Nicholas mimandone la bravura con un commuovente air drumming: vorrebbe essere al suo fianco ma i suoi tendini malandati – e non solo quelli, purtroppo – non glielo consentono. Il drumming di Nicholas è sì potente e preciso ma qui servirebbe un tocco in più di creatività: le sue rullate sono un pò ripetitive. Pearce tamburella inscenando un divertente balletto per poi irrobustire la sezione ritmica percuotendo i cimbali. L’alchimia è ai massimi livelli: non erano consentiti errori e tutti hanno suonato in maniera assolutamente impeccabile. Per trovare una versione migliore di questa bisogna risalire al Mama tour quando lo strumentale veniva suonato a velocità missilistica e con tecnica e potenza degne di un altro universo.

The cinema show – Amsterdam, 21/3/2022

Le ultime, adrenaliniche, note indugiano per qualche secondo su In that quiet earth per poi scivolare dolcemente verso Afterglow, altro punto focale del repertorio seventies e quasi sempre in scaletta dal Wind & Wuthering tour (1977). L’ultimo bagliore di luce citato nel testo è una condizione di disperazione in cui ci si trova quando non si ha più nulla a cui aggrapparsi. L’esecuzione collettiva della canzone è andata via via migliorando dall’inizio del tour fino a raggiungere livelli più che discreti. Phil getta il cuore oltre l’ostacolo interpretando il pezzo con la giusta carica e determinazione ma anche con un pizzico di emozione. La scenografia è la perfetta trasposizione del testo: il ghiaccio secco che si propaga sul palco e la moltitudine di luci sullo sfondo che cambiano forma e colore trasformano i musicisti in figure spettrali che sembrano anticipare un’imminente apocalisse.

Afterglow – Londra, 26/3/2022

I Genesis ripropongono quanto già visto nel Calling all stations tour, ovvero un set di brani acustici, benchè la scelta ricada su frammenti diversi rispetto a quelli cantati nel 1998 da Ray Wilson. Collins esordisce cosi: “We’re gonna do some songs that will be played differently but you will recognize them, please feel free to sing along because that will only make us sound better!”. Il puntuale humour del cantante non tradisce i suoi trascorsi teatrali e cinematografici. Cambia completamente la posizione dei cinque che si dispongono in semicerchio e in un punto più avanzato del palco, senza i due coristi: da sinistra a destra Banks con una sola tastiera, Phil al suo fianco, Rutherford al basso, Nicholas alla batteria che consta di sola cassa, rullante, charleston e ride e Stuermer alla chitarra. I due pannelli esterni sono spenti e pochi fasci di luce illuminano i musicisti, mentre al buio è il resto del palco. Partono le note di That’s all, hit di successo tratta dall’album Genesis che affronta con leggerezza il tema della incomprensione di coppia. La nuova veste conferisce al brano un retrogusto ancor più folk-country rispetto all’originale: Phil, tuttavia, pasticcia un pò sulla strofa che precede l’assolo finale di Stuermer che viene eseguito in maniera non dissimile rispetto all’originale e impreziosito da piacevoli arpeggi.

Acoustic set: That’s all – Londra, 26/3/2022

Il set prosegue con The lamb lies down on Broadway, brano che dà il titolo all’omonimo doppio concept album del 1974 e ci si sente subito avvolti da una leggera brezza newyorchese, città in cui è ambientata la storia del protagonista Rael. La canzone non viene eseguita integralmente: Phil canta con voce un pò altalenante le prime due strofe e la parte finale lasciando che sia il pubblico ad intonare in coro “… on Broadway …” mentre Stuermer abbellisce il brano con emozionanti arpeggi alla chitarra. L’assenza di virtuosismi tastieristici e la lenta velocità di esecuzione ne fanno una versione rilassata, priva di quella tensione e quel senso di inquietudine che caratterizzavano l’originale in studio e le varianti live.

Acoustic set: The lamb lies down on Broadway – Londra, 26/3/2022

Il set acustico termina con le note della prima hit del gruppo, la famigerata Follow you follow me scritta nel 1978 quando i membri della formazione rimasero in tre (And then there we’re three s’intitola l’album post-Hackett). La canzone contribuì in larga misura a ridefinire i contorni della platea Genesis, allargandone le dimensioni e decretando un successo di vendite fino ad allora sconosciuto. L’atmosfera è più distesa che mai: Rutherford strimpella alla chitarra acustica, Nicholas inizia con uno shaker a quadrupla camera dal suono particolarmente frizzante affiancandogli in un secondo momento rullante e grancassa, Phil legge di tanto in tanto le liriche sullo spartito ma nonostante ciò bissa la parte della strofa che inizia con “With the dark” a discapito della strofa che inizia con “In your arms”, Pearce e Smyth si aggiungono a partire dal ritornello e Banks esegue l’assolo di piano in maniera fedele all’originale mentre sugli schermi scorrono le immagini dei musicisti all’opera. La tecnologia va inesorabilmente avanti e il pubblico accompagna le dolci note della ballata costellando platea e tribune con la torcia dello smartphone e non più con il classico accendino.

Acoustic set: Follow you follow me – Londra, 25/3/2022
Acoustic set: Follow you follow me – Londra, 25/3/2022

La drum machine Roland imposta ripetuti loop di congas su cui si amalgamano lunghi riff distorti di Stuermer alla elettrica, delicati arpeggi di Rutherford alla dodici corde, un tema arioso di Banks alle tastiere seguito da un arpeggio al sintetizzatore: parte così Duchess, secondo ripescaggio della serata di cui si erano perse le tracce già dal Mama tour. Non stupisce che sia stato riproposto in extremis, in quanto è il brano di Duke preferito da Banks che può aver caldeggiato un suo inserimento in scaletta. Pubblicato come secondo singolo dell’album, il testo si scaglia contro lo show business, reo di far cadere nel dimenticatoio artisti non più all’apice della loro popolarità. A parte un piccolo problema di modulazione timbrica all’attacco della seconda strofa “…And on the road…” e qualche parola sminuzzata qua e là (le liriche “and the sleep” vengono volutamente omesse, similmente alle altre date del tour), Phil se la cava abbastanza bene considerato che questa è forse la canzone del lotto più complicata da cantare date le ripetute variazioni di tonalità che la caratterizzano e in questo lo supportano Pearce e Smyth che fanno un (capo)lavoro corale consentendogli di centellinare lo sforzo sulle note lunghe. La scenografia è decisamente pirotecnica: punti luce e scie luminose fanno capolino qua e là sullo schermo per lasciare progressivamente spazio a esplosioni cosmiche che disseminano detriti colorati dall’aspetto di coriandoli i quali, sedimentando, formano isole variegate che svaniscono sul finale. Questo immenso pulviscolo errante si apre di tanto in tanto mostrando il volto austero e sofferente di Collins e il nerbo con cui Nicholas dà ritmo al brano. La scenografia sembra dunque narrare fedelmente la parabola della protagonista della storia: nascita, ascesa e eclissi della duchessa.

Duchess – Londra, 25/3/2022
Duchess – Amsterdam, 21/3/2022

Nella pausa che segue, Collins sottolinea che la preparazione di questo tour è stato il frutto di uno sforzo collettivo e inizia la lunga carrellata di ringraziamenti “I’d like to draw your attention to a group of people that really worked their butts off to get the show up and running” partendo dai protagonisti che lavorano dietro le quinte: membri della crew, tecnici del suono e dell’impianto luci, informatici, aziende di catering e autisti, augurandosi di non aver tralasciato nessuno. Ci tiene a precisare che i Genesis hanno lo stesso manager da quasi cinquant’anni e passa a presentare tutti i musicisti di quest’ultima, fortunata, avventura a cominciare dagli ultimi innesti “we have some new faces up on stage” ossia i due coristi e il figlio Nicholas nei confronti del quale usa parole tenere “my little boy Nicholas” per finire con i veterani Stuermer “he’s been with us for over forty years, Milwaukee, Wisconsin, guitar, bass guitar, Mr. Daryl Stuermer!”, Rutherford “and the tall, swarth, handsome, charming, debonair, good looking, great guitar player, great bass player, great songwriter, first good friend of mine… unfortunately he couldn’t be here tonight so he recommended Rutherford!” e Banks “Our other founding member, the last but not least, Mr. Tony Banks on the keyboards!” venendo contraccambiato da Rutherford “Last but not least, centre stage for fifty plus years, drumming, singing, doing what he does, Phil Collins!” e parte l’ovazione al guerriero di tante battaglie che in questo momento sta lottando tenacemente contro le sue fragilità.

Sotto una pioggia di luci blu, un metronomo che ricalca il suono delle lancette di un orologio e l’inconfondibile barrito delle tastiere introducono la toccante No son of mine, primo singolo estratto da We can’t dance e divenuto negli anni un classico del repertorio dal vivo. Collins, unico dei tre ad aver affrontato in ambito Genesis il tema degli abusi tra le mura domestiche, fornisce una magistrale prova di sé narrando la prospettiva di un ragazzo che scappa di casa per sottrarsi alla brutalità di un padre che esercita quotidianamente violenza nei confronti suoi e della madre. Purtroppo, com’è facilmente intuibile dal titolo del brano, la parabola non ha un lieto fine: anni dopo infatti, il protagonista, attanagliato dal rimorso per il gesto compiuto, nella errata convinzione che il tempo rimargini le ferite “they say that time is a healer” tenterà di ritornare sui propri passi per riconciliarsi con la famiglia, incontrando il secco rifiuto del padre. Un mastodontico orologio a parete scandisce i secondi, i due pannelli luce esterni si inclinano creando un gradevole “effetto tetto” e a ciascuna fase del brano viene riservato un particolare accostamento cromatico: luci blu ammantano intro, strofe e interludio mentre l’arancione domina sui due ritornelli. Di particolare rilievo il lavoro corale di Smyth e Pearce, Stuermer è al basso mentre Rutherford, alla elettrica, si cimenta in un assolo finale meno struggente e, pertanto, meno convincente rispetto alle versioni live dei precedenti tour.

No son of mine – Londra, 25/3/2022

Il set prosegue senza interruzione con la riproposizione di un medley – inaugurato per la prima volta nel precedente tour – tra due brani di Selling England by the pound. Un drum fill dà avvio alla barocca Firth of fifth, della quale viene eseguita la maestosa sezione strumentale centrale a partire dall’assolo di sintetizzatore che riprende l’intro iniziale di pianoforte. L’apparato luci cambia drasticamente: i cinque pannelli luce vengono disattivati per l’intera esecuzione del pezzo e al loro posto sei led flessibili al neon calano lentamente dall’alto emanando fasci di luce bianca che si incrociano ritmicamente conferendo alla scenografia un tocco vintage. Basso, batteria e tastiere all’unisono galoppano in maniera furibonda – peccato per una piccola stecca di Banks durante l’esecuzione della scala ascendente – per poi placarsi e lasciare la scena a Stuermer che esegue il lungo assolo di chitarra rinunciando a qualche stucchevole virtuosismo di matrice jazz-fusion nel tentativo – in parte riuscito – di conferire al capolavoro una veste un pò più progressive.

Firth of fifth – Amsterdam, 21/3/2022

Un bridge prolungato di note distorte alla elettrica e un fill di batteria fanno da introduzione a I know what I like: Collins intona “It’s one o’clock and time for lunch, amdi dandi danda” e parte il brano più pop dell’era Gabriel, impreziosito nelle esibizioni live dalla lunga coda strumentale che racchiude anche un frammento di Stagnation. L’atmosfera è decisamente festosa: il brano è, come sempre, un’occasione per il pubblico di cantare a squarciagola le liriche del ritornello “I know what I like and I like what I know”. I led flessibili spariscono dietro i cinque pannelli e il palcoscenico si trasforma in una immensa griglia luminosa. Collins non è più in grado di recitare il brano danzando ritmicamente e percuotendo contemporaneamente mani, gomiti, fronte, ginocchia e tacchi con un tamburello, ma può solo abbozzarlo da seduto: in compenso, però, interagisce simpaticamente con il pubblico aizzandolo e placandolo come fa un bravo domatore con il proprio animale e fornisce la migliore prestazione vocale della serata, cantando senza sbavature e nella stessa tonalità del tour precedente.

I know what I like – Londra, 25/3/2022
I know what I like – Londra, 26/3/2022
I know what I like – Londra, 25/3/2022

Prima di presentare Domino, il brano più lungo e articolato dell’album Invisible touch, Collins annuncia la presenza tra il pubblico di Peter Gabriel ironizzando che sia stato proprio lui qualche minuto prima a rivolgere a gran voce una specifica richiesta “I think Peter Gabriel is here tonight maybe he’s the one who shouted for Supper’s ready!”. A sorprendere non è tanto la presenza al concerto dell’ex frontman – da settimane circolavano voci più o meno insistenti di una sua partecipazione al commiato degli ex compagni – quanto l’annuncio fatto pubblicamente da Collins che genera un’attesa febbrile per quella che appare ora come una certezza: i due frontmen di nuovo sullo stesso palco dal celebre concerto al Milton Keynes National Bowl del 1982! Ma lo spettacolo deve andare avanti e Phil passa ad illustrare il cosiddetto effetto domino “We’re gonna give you a stunning example of the domino principle in action! So pay attention, you may miss it! If something was to happen to those people over there, it can affect these people over here“ dimostrando, con l’aiuto del pubblico, come ciò che accade agli spettatori di un settore dell’arena possa produrre effetti sugli spettatori di altri settori: questo nesso di causalità tra i due eventi genera una gigantesca onda umana che si propaga all’interno dell’arena, seguita dalla luce dei riflettori. Il rito collettivo si perpetua dall’Invisible touch tour (1986/87) e il pubblico recita perfettamente la propria parte. Collins concede anche pillole di gloria a un fortunato spettatore in prima fila che viene inquadrato dalla telecamera e proiettato sul maxi schermo “sometimes it can affect this guy down here… turn around! This is the only action you are gonna get tonight!” tra il divertimento generale.

Parte la melodia di tastiera e i suoni percussivi programmati di In the glow of the night, prima parte del brano in cui l’effetto domino è narrato dalla prospettiva della prima persona in fila, accostata per analogia a un tassello del domino. Collins se la cava discretamente bene nel cantare in sequenza intro, strofa e ritornello ma poi, per distrazione o per eccesso di confidenza, indugia più del necessario alla fine del ritornello pronunciando un “all of my life” di troppo e quindi fallisce l’aggancio con la seconda strofa “Sheets of double glazing help to keep outside the night/Only foreign city sirens can cut through” riacciuffando il testo da “Nylon sheets and blankets help to minimize the cold”: una sbavatura maldestra che imbarazza il cantante ma che non destabilizza i compagni, avvezzi oramai all’ennesima imperfezione del singer su questo brano. L’apparente tranquillità della sezione musicale viene interrotta di tanto in tanto da aspri stacchi di tastiere, colpi secchi di batteria e bagliori di luce bianca. Sugli schermi, immagini aeree di ciò che appare come uno sconfinato agglomerato di edifici ma che in realtà risultano essere pile di tasselli del domino: la prospettiva scende lentamente e i tasselli iniziano a volteggiare confluendo uno ad uno in una gigantesca voragine senza fondo.

Domino (The last domino) – Amsterdam, 21/3/2022
Domino (The last domino) – Londra, 26/3/2022
Domino (The last domino) – Londra, 26/3/2022

L’atmosfera si fa improvvisamente apocalittica: parte l’attacco ritmico di The last domino, seconda parte del brano che sposta la prospettiva sull’ultima persona della fila che non può più fare nulla per evitare l’imminente catastrofe. Una batteria martellante e ripetitiva, un basso duro, tastiere ipnotiche e un’orchestra di suoni sinistri trascinano il pubblico in questa voragine: i proiettori Scenius Unico iniziano a girare vorticosamente al pari dei tasselli del domino e sulle rullate della batteria attacca la parte cantata. Sul finale, da un paesaggio desolato riaffiora prepotentemente la vita: è il ciclo dell’esistenza di matrice banksiana, più volte citato nei testi del gruppo sotto forma di metafora. La ritmica non è più travolgente come in passato ma non ci si può non emozionare ascoltando le note della mini-suite probabilmente più riuscita del periodo a tre. Stavolta, però, manca dannatamente il coup de théâtre cui ci aveva abituati Collins, come nel We can’t dance tour quando una pedana mobile lo sollevava a qualche metro di altezza dal palco in posizione centrale rispetto ai tre schermi JumboTron, dal basso una torcia ne illuminava il volto rendendone le fattezze spettrali e, su una ritmica missilistica, decollavano le parole del testo che dipinge scenari catastrofici “Blood on the windows, millions of ordinary people are there…”. Rivedere in dvd quella scena rende ancora più amaro il rimpianto di non aver assistito a quel tour irripetibile.

Partono le note di Throwing it all away, quinto e ultimo singolo dell’album Invisible Touch, una ballata piuttosto malinconica che tratta con leggerezza il tema della crisi di coppia e di un sentimento che si affievolisce sempre di più ma che sembra non spezzarsi mai. Fasci di luce gialla e arancione e basi di percussioni creano una soffice atmosfera che viene accesa dal classico riff circolare chitarristico di Rutherford. Collins e i coristi interagiscono con il pubblico imbastendo i classici gorgheggi “yey yeh, ida yey yeh”. Collins sembra, tuttavia, aver esaurito il carburante: affronta la prima strofa con una voce più tentennante e sofferente che mai e inverte il testo “I don’t want to be sitting here, trying to deceive you cause you know I know baby that I don’t wanna go” con “why should I have to be the one who has to convince you?” senza peraltro completarlo mentre al termine della seconda strofa dimentica del tutto le parole “the only sound you’ll hear is the sound of your voice calling, calling after me” riparando alla meno peggio con “cause you know I know baby that I don’t wanna go”. Rutherford e Stuermer gli rivolgono, di tanto in tanto, uno sguardo amichevole e affettuoso: Banks è, al contrario, avvolto in una imperturbabile concentrazione che lo contraddistingue nelle esibizioni dal vivo. Il suono arioso delle tastiere contribuisce ad innalzare il tasso di malinconia sebbene il pubblico, in maggioranza britannico, tenti di esorcizzare l’imminente fine di un’epoca dondolando sulle note della ballata pop. Commuovente è il film visivo: le immagini dei fan vengono mano a mano eclissate dai dodici schermi verticali che si allineano progressivamente all’unisono da destra e sinistra verso il centro proiettando dapprima le coste delle cassette a nastro degli album in studio per poi scorrere in modo alterno verso l’alto e il basso lasciando spazio alle videocassette in formato VHS e alle immagini dei membri presenti e passati della band che ne hanno decretato la grandeur musicale in studio e dal vivo. L’operazione “nostalgia”, che nel tour precedente fu esclusivo appannaggio di I know what I like con la connessa carrellata strappalacrime di immagini d’epoca spetta di diritto a questo brano.

Throwing it all away – Londra, 25/3/2022

La scaletta termina con un medley tra due brani di Invisible touch, inaugurato nel We can’t dance tour. Una base ritmica programmata preannuncia la cupa Tonight, tonight, tonight, terzo singolo dell’album, il cui testo narra la condizione di estremo disagio psicologico vissuta da un tossicodipendente il quale, non riuscendo a liberarsi dalla dipendenza dalle droghe pesanti, identifica nel proprio pusher la sola persona che può cambiare in meglio un destino che appare ineluttabile. Da posizione semi-seduta, Stuermer ricama una semplice ma efficace linea di basso mentre Rutherford innesta, su una cupa base di tastiere, ripetuti vibrati alla elettrica. Collins si trascina dietro le fatiche di due ore di concerto e lascia volentieri a coristi e pubblico il compito di supportarlo nel suo sforzo fisico e vocale.

Tonight, tonight, tonight – Londra, 26/3/2022

Purtroppo, il brano è privo della suggestiva sezione strumentale centrale e del finale caratterizzato dal lancinante assolo alla chitarra solista, suonati unicamente nel tour dell’album: difatti, dopo due sole strofe e relativi ritornelli – eseguiti con l’impazienza di chi ha voglia di passare ad altro – un bridge strumentale di sole percussioni traghetta il pubblico verso l’ultimo brano del set, Invisible touch. L’atmosfera si fa decisamente leggera e il pubblico accoglie con un autentico boato le iniziali note del singolo di maggior successo del gruppo. La scenografia è sfavillante: fasci di luci bianche promanano da tutte le direzioni creando l’effetto ottico di una imponente gabbia, mentre cornici spigolose custodiscono le immagini dei tre titani: Collins, Banks e Rutherford.

Invisible touch – Londra, 26/3/2022

Sulle spensierate note del brano, Collins si ravviva di nuovo e scandisce rabbiosamente “and though she will fuck up your life, you’ll want her just the same”: è evidente il riferimento alle sue vicende sentimentali che lo hanno profondamente segnato costringendolo a cercare e a trovare incessantemente riparo nella musica e purtroppo, ultimamente, anche nell’alcol dal quale ne è uscito non senza evidenti ripercussioni fisiche. Il brano è, nel complesso, cantato molto bene anche perché Collins lo ha regolarmente inserito in scaletta nelle sue esibizioni soliste.

Invisible touch – Londra, 26/3/2022
Invisible touch – Amsterdam, 21/3/2022

La serata si avvia alla conclusione e una manciata di minuti appena ci separano dall’epilogo dell’attività live della band. Il gruppo esce dalla sala tra applausi scroscianti per farvi velocemente ritorno. La saga dei bis si apre, come nel tour precedente, con I can’t dance, il cui testo schernisce l’universo del marketing che tende a celebrare un prodotto non tanto per le qualità intrinseche quanto per il packaging: nel videoclip del brano, Collins scimmiottava una nota pubblicità della Levi’s, rea di non rimarcare le qualità del jeans quanto piuttosto la prestanza fisica dell’indossatore. Il liberatorio riff di chitarra di Rutherford si innesta sull’iniziale, interminabile, base ritmica di sintetizzatori: le sapienti inversioni di power chords conferiscono al riff un’immediata riconoscibilità e al brano un sapore vagamente heavy. All’attacco della seconda strofa “Young punk spilling beer on my shoes” sotto lo sguardo divertito di Collins fanno il loro ingresso sul palco alcuni membri della crew capitanati da Nicholas – tra i quali riconosco Dale Newman, tecnico della chitarra, manager di lunga data dei The Farm Studios e musicista – che si sostituiscono a Collins, Rutherford e Stuermer nell’inscenare il buffo e divertente balletto che negli anni è diventato un marchio di fabbrica delle versioni live del brano. Gli schermi laterali e centrali proiettano le silhouette colorate dei tre membri che incedono bidirezionalmente e con passo sempre più veloce, nella modalità “the way we walk”: come non accostarli agli alieni del famoso videogioco “Space Invaders”? La versione eseguita in questo tour ha un carattere decisamente più rude e spigoloso rispetto a quella del 2007, complice l’aspra timbrica del frontman e il sound insolitamente hard della chitarra di Rutherford.

I can’t dance – Londra, 26/3/2022

L’applauso del pubblico si smorza nuovamente e Collins, illuminato da un faretto, esegue l’attacco vocale intonando a cappella la sola strofa iniziale di Dancing with the moonlit knight, brano scritto ai tempi in cui Peter Gabriel era il cantante del gruppo ed eseguito per l’ultima volta dai Genesis con Collins alla voce durante il Duke tour, nel corso del quale alle prime due strofe del brano faceva seguito The carpet crawlers o, in alternativa, Squonk. Ed è proprio The carpet crawlers la seconda parte di questo medley. Stuermer e Rutherford, entrambi alla chitarra, arpeggiano dolcemente creando un tappeto elettrico che accompagna un emozionato Collins nel suo ultimo viaggio vocale. L’effetto dondolo delle soavi note di tastiera, il drumming di Nicholas – talvolta sussurrato, talaltra più robusto – creano l’atmosfera giusta per un degno finale. E le note che Stuermer allunga all’inverosimile non fanno altro che aggiungere ulteriore nostalgia per una stagione irripetibile.

The carpet crawlers – Londra, 25/3/2022

Un pubblico visibilmente commosso tributa un lungo applauso a tutti i musicisti che via via si defilano per lasciare che siano Collins, Banks e Rutherford a ricevere l’ultima ovazione. Ma c’è ancora spazio per un finale thrilling: quando tutti hanno già abbandonato il palco, le luci si spengono per qualche secondo di troppo e il pubblico inizia a rumoreggiare nella (errata) convinzione che Peter Gabriel si manifesti in qualche modo per abbracciare pubblicamente i suoi ex compagni di viaggio. Aspettativa lecita ma puntualmente disattesa. Ad oggi, non resta che una foto del backstage che ritrae Collins in compagnia di Gabriel e Richard MacPhail, l’ex tour manager che ha lasciato il gruppo all’inizio del 1973, appena prima della pubblicazione di Genesis live sul cui retro copertina vi sono i ringraziamenti a lui rivolti.

Cala definitivamente il sipario sui protagonisti di questa epopea e il pubblico presente non può fare altro che tornare a casa con il proprio bagaglio di ricordi personali. I Genesis, come recita il testo di I can’t dance, non sanno ballare ma nel corso degli ultimi cinquanta e passa anni hanno saputo comporre testi e musiche di spessore avanguardistico.

Backstage Londra, 26/3/2022 (da sx a dx Peter Gabriel, Phil Collins, Richard MacPhail). Foto: Maggie Cole

Una breve considerazione finale sulla scaletta del tour, rimasta praticamente identica fatta eccezione per le prime due date nordamericane (quelle di Chicago del 15 e del 16 novembre 2021) in cui Duchess è stata temporaneamente sostituita con Misunderstanding, hit di successo oltreoceano. Premesso che anche questo tour ha riservato momenti esaltanti e pur apprezzando la presenza in scaletta delle già citate Duchess e Fading lights (quest’ultima priva, tuttavia, della suggestiva sezione strumentale) mi sarebbe piaciuto che i Genesis fossero stati meno conservativi e avessero osato di più ripescando altri brani dal passato e confermando almeno un classico del loro recente repertorio dal vivo. Se di In the cage – quasi sempre in scaletta dal Lamb tour – non vi è comprensibilmente traccia nelle prove in studio newyorchesi del gennaio 2020 (Banks ha preferito non replicare i ripetuti errori del tour precedente) mai mi sarei aspettato una totale esclusione dal set di uno degli album più riusciti dell’intera discografia del gruppo, ossia A trick of the tail. Dunque, né Ripples,Dance on a volcano (delle quali poteva essere proposto quantomeno un accenno strumentale) e neppure Los endos (sebbene sia stata provata a New York). E pensare che Collins ha esordito come voce solista dei Genesis proprio nel Trick tour… Trattamento analogo è stato riservato alle epiche Driving the last spike e Dreaming while you sleep che avrebbero, a mio avviso, meritato ben altra considerazione. E se è vero che Abacab – anch’essa provata in studio nel 2020 dopo essere stata inspiegabilmente accantonata dal tour successivo a Invisible Touch – non era facile da cantare considerate le attuali condizioni di Collins, perché non suonare la sola sezione strumentale vista la prova di compattezza mostrata dai quattro per tutto il tour?

PROGETTI FUTURI

Che cosa potrebbe riservarci l’immediato futuro dopo il dichiarato scioglimento del marchio? Partendo dai solisti, Collins dovrà cercare di mettere una pezza ai suoi problemi familiari e di salute, pertanto non c’è da aspettarsi nulla di artisticamente nuovo semmai è lecito sperare nella pubblicazione di qualche live d’epoca: i cinquantatré soundboard tapes del First Final Farewell tour, tanto per citare un esempio, stavano sul punto di essere pubblicati nel 2004 come Encore Series ma poi la Atlantic bloccò l’operazione minacciando azioni legali. Rutherford potrebbe ricompattare i Mechanics tornando a esibirsi dal vivo (li ho visti nel 2017 a Milano e nel 2019 a Vienna come support act di Collins e li ho sempre trovati divertentissimi), magari con Paul Carrack ospite in qualche data. Banks non fa mistero di voler proseguire a comporre musica orchestrale (molto ispirata l’ultima sua creatura, Five) ma non penso che l’ermetico tastierista si apra a qualche collaborazione esterna. Sarebbe bello vedere Stuermer suonare anche in Europa, sulla scia dell’ulteriore dose di popolarità di cui già gode, non importa se in duo con il tastierista Kostia Efimov, con la Daryl Stuermer Band o come ospite di orchestre. I due coristi Smyth e Pearce hanno supportato egregiamente e meritano altre conferme, chissà. E, per finire, auguriamoci di vedere Nicholas Collins (che ha già un suo gruppo, i Better Strangers) in contesti altrettanto importanti avendo già dimostrato, alla sua giovane età, di non avvertire affatto la pressione e di lavorare duro per costruirsi un grande avvenire. Per quanto riguarda i Genesis, il management e i componenti del gruppo hanno reso noto che non è prevista, al momento, la pubblicazione di un video del tour: le telecamere che si vedevano ai vari concerti non registravano le immagini bensì le proiettavano solo sugli schermi. Ma, com’è noto, tutte le date del tour sono state registrate in audio dal mixing desk per cui è lecito sperare in un probabile seguito commerciale, analogamente a quanto avvenuto nel 2007 quando sul sito del distributore TheMusic.com era possibile acquistare una o più date delle tappe europea e nordamericana del Turn It On Again: The Tour. Optando per l’acquisto dell’intera tappa, si poteva scegliere tra un box cartonato con il logo stampato del tour o un elegante mini road case in edizione limitata a duecentocinquanta esemplari e contenente la cartolina autografata da Banks, Rutherford e Collins. Ma il Sacro Graal è rappresentato dai soundboard tapes di cui tanto si parla da almeno vent’anni – circa quattrocento concerti registrati tra il 1973 e il 1998 che giacciono nei loro archivi – di cui, stranamente, band e management non sanno ancora cosa farne. Si vocifera da qualche tempo anche di pubblicazioni di altissimo interesse quali le BBC Sessions integrali e un concerto (completo?) del Lamb tour. È, inoltre, partita da qualche giorno una petizione sulla piattaforma Change.org i cui sottoscrittori (tra cui me) chiedono la pubblicazione del famoso Reunion concert del 1982. I fan di lunga data si aspettano qualcosa di veramente eclatante che non le solite compilation che, nella maggior parte dei casi, non hanno alcun valore artistico ma puramente commerciale. Restiamo dunque in attesa di vedere che cosa c’è in preparazione e, soprattutto, non rattristiamoci se non li vedremo più esibirsi dal vivo anche perché, come direbbe il Dr. Seuss, pseudonimo di Theodor Seuss Geisel, scrittore e fumettista statunitense di origini tedesche “Don’t cry because it’s over, smile because it happened!”. Per cui, grazie ancora Genesis per averci regalato quest’ultima emozione!

SCALETTA

Intro: Dead already (tratto dalla colonna sonora del film “American Beauty”)

Medley: Behind the lines / Duke’s end

Turn it on again

Mama

Land of confusion

Home by the sea

Second home by the sea

Set acustico:

That’s all

The lamb lies down on Broadway

Follow you follow me

Medley: Fading lights / The cinema show (Riding the scree/In that quiet earth) / Afterglow

Duchess

No son of mine

Medley: Firth of fifth / I know what I like

Domino (In the glow of the night / The last domino)

Throwing it all away

Medley: Tonight, tonight, tonight / Invisible touch

Bis:

I can’t dance

Medley: Dancing with the moonlit knight (intro) / The carpet crawlers

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