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Interviste SOMMARIO

STEVE HACKETT: ‘L’intervista di mezza estate 2023’

VEROROCK.IT ha intervistato Steve Hackett nel corso della tappa romana del suo tour estivo 2023 “Foxtrot at fifty + Hackett highlights“. Il leggendario chitarrista britannico ha lasciato i Genesis nel lontano 1977, dopo sei anni di militanza nel gruppo, per perseguire una brillante carriera solista.

VeroRock: Ciao Steve, grazie per aver accettato di essere intervistato da noi di VeroRock. Innanzitutto, come stai e come procede il tour europeo?
Steve Hackett: Molto bene, l’altra sera abbiamo suonato a… dov’era?
VeroRock: Carcassonne, Pistoia!
Steve Hackett: Pistoia! Ah, iniziamo da capo! (risata)
VeroRock: C’era tanto pubblico a Pistoia!
Steve Hackett: É andata molto bene. I concerti iniziano alle 9.30, dunque più tardi rispetto all’Inghilterra e quindi ho dormito meno di quanto avrei voluto. Eravamo già in piedi alle 4.30 del mattino, è stata una notte folle! Le tournée sono emozionanti … tanto pubblico, poco sonno!

VeroRock: Una domanda sul tuo nuovo album. Il seguito di Surrender of silence sarà un concept. L’album ha già un titolo e quando uscirà?
Steve Hackett: Beh, è sempre prematuro dire come si chiamerà e quando verrà pubblicato. Ne stavamo parlando giusto ieri per realizzare il tutto nel migliore dei modi ma è difficile che venga ultimato a breve dato che i concerti si susseguono in maniera alquanto serrata. Le registrazioni inizieranno al rientro dalla tournée: posso solo dire che l’album ha già un titolo e una trama provvisori e che sarà pubblicato, con data da definire, l’anno prossimo. Ultimarlo in tempo dipenderà molto da come andranno le sessioni con Roger King (tastiere, programmazione e orchestrazioni, n.d.r.) e da altre variabili quali la disponibilità dei musicisti. Il sogno è una cosa, la realtà è un’altra cosa. Posso solo dire che ha molte sfaccettature e che lo adoro.
VeroRock: Che cosa ne ha ispirato musica e testi?
Steve Hackett: Io e la mia splendida Jo (sua moglie Joanna Lehmann, n.d.r.) elaboriamo idee e le scriviamo assieme. È lei che mi spinge a non ripetermi bensì a cambiare ogni volta direzione proponendo qualcosa di nuovo. Tutto quello che è stato realizzato durante il lockdown, da Surrender of silence a Under a Mediterranean sky (il suo ultimo album acustico uscito nel 2021, n.d.r.), dagli album dal vivo al libro (l’autobiografia A Genesis in my bed, n.d.r.), è il frutto del nostro lavoro congiunto. Posso dire che ciò che sta venendo fuori poco alla volta è un ottimo album.

VeroRock: Quali elementi di innovazione hai introdotto in questo album?
Steve Hackett: Beh, come ho appena detto, è un lavoro in corso d’opera. Trattandosi di una storia, credo che l’approccio sia leggermente diverso, simile all’orchestrazione di un film. In questo caso, la musica che hai in mente è diversa perché è come se la stessi componendo per un programma. Ovviamente, sarò inclusivo e permissivo, tutti termini alternativi alla parola progressivo e penso che non mancheranno gli ingredienti di quello che spero sarà un grande album.

VeroRock: Se non sbaglio, hai iniziato a suonare l’armonica intorno ai due anni e la chitarra intorno ai dodici. Perché questi due strumenti sono i tuoi favoriti? Che cosa li rende così speciali?
Steve Hackett: Iniziamo dall’armonica. Herbert Kretzmer, colui che ha realizzato il libretto per un famoso musical a Londra, Les Misérables (il romanzo del 1862 di Victor Hugo, n.d.r.), considerava l’armonica un piccolo strumento straordinariamente versatile, questo perché suona diversamente a seconda dell’interprete, sia esso un ragazzo oppure Bob Dylan, Larry Adler, Toots Thielemans, Stevie Wonder, per citare solo alcuni straordinari artisti blues. È uno strumento a linea singola con una sola tonalità, ma se si possiede un’armonica cromatica è possibile modificare la tonalità attraverso il pulsante posto all’estremità. L’armonica blues non ha tante note, ma ciascuna di esse può diventare talmente espressiva grazie a tecniche quali il vibrato e il wah con la mano. Amplificandola, poi, può suonare come una tromba, una chitarra o altro. Sai, è lo strumento musicale con cui sono cresciuto: suonavo colonne sonore e musica folk e quando ascoltai i Rolling Stones per la prima volta non mi resi conto che quello fosse blues ed ho pensato di poterlo fare anche io imparando diverse tecniche tra cui il bending. Fin da giovane, poi, ho iniziato a comprare dischi di chitarra. Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta il suono della chitarra era paragonabile alle melodie dei western o dei film di spionaggio, un pò come la colonna sonora di James Bond o come Bonanza (una serie televisiva western americana andata in onda dal 1959 al 1973, n.d.r.). Successivamente, la chitarra ha iniziato a simulare la voce umana, hanno fatto la comparsa tecniche quali sustain e scream e nelle mani di Muddy Waters e altri musicisti blues lo strumento ha subito una naturale evoluzione diventando qualcos’altro.
VeroRock: Entrambi sono dunque strumenti molto versatili.
Steve Hackett: Si, la chitarra ha iniziato a fare tutto ciò prima dell’avvento dei sintetizzatori.
VeroRock: È stata un precursore.
Steve Hackett: Si, un precursore e penso che l’elettrica, l’acustica e la classica vadano considerate in un certo senso come la risposta del chitarrista al pianoforte. Hanno tutte un’ampia dinamica e sono in grado di fare molte cose, sono praticamente un altro strumento ed io mi sono innamorato di entrambi questi aspetti.

VeroRock: Guitar Noir e Darktown sono considerati da molti due pietre miliari del repertorio Hackett (specialmente il primo). Che importanza hanno avuto questi due album nella tua carriera?
Steve Hackett:
Beh, penso che siano stati composti in un periodo in cui l’industria musicale stava attraversando una fase di transizione da uno stile commerciale a uno stile più riconoscibile per i fan, grazie al quale l’artista non si preoccupava più di competere sul mercato ma semplicemente di essere fedele a sé stesso.
VeroRock: Un ritorno alle tue radici musicali.
Steve Hackett: Si, penso di sì, un ritorno ad essere sé stessi e alle sonorità che più ti appartengono. La musica commerciale è un club sovraffollato in cui molti artisti cercano di ottenere successo sfornando hit da classifica, con la conseguenza di assomigliarsi gli uni con gli altri. Ho cercato di evitare tutto ciò.

VeroRock: Recentemente hai omaggiato sia gli album dei Genesis che i tuoi lavori solisti. Il 2024 segnerà il cinquantesimo anniversario di The lamb lies down on Broadway, un album iconico eppure controverso. Lo celebrerai in qualche modo e c’è possibilità che venga eseguito integralmente? Se no, perché?
Steve Hackett: È un album iconico che vorrei omaggiare a modo mio. L’idea è di celebrare quei brani…
VeroRock: Più orientati alla chitarra?
Steve Hackett: Forse più orientati alla chitarra ma che siano brani a sé stanti piuttosto che semplici elementi di un insieme perché, come sai, i Genesis facevano l’intero spettacolo poi ripreso, con tanto di diapositive originali, da i The Musical Box (la tribute band canadese conosciuta in tutto il mondo, n.d.r.) e mi rendo conto che la maggior parte dei fan accaniti e i completisti hanno visto tutto questo. Devo camminare sul filo del rasoio tra questo ed essere un curatore servile del museo di mia creazione indossando il mio cappello da curatore. Penso che ci siano un sacco di belle cose nell’album come The chamber of 32 doors, Fly on a windshield, ehm…
VeroRock: The Lamia.
Steve Hackett: The Lamia è un bella canzone così come il brano che dà il titolo all’album. Ce ne sono altri che eseguivamo ancor prima che uscisse The Lamb come Liliwhite lilith che si chiamava The light, il cui testo era di Phil Collins, poi adattato, ecc… Ci sono brani che si collocano sul versante estremo e brani che hanno influenzato altri gruppi. È il caso, insomma, di capire se fare queste cose o no.

VeroRock: Qual è lo spirito che ha animato i due progetti Genesis Revisited e c’è una differenza sostanziale tra Genesis Revisited I e II?
Steve Hackett: Julian Colbeck (ex tastierista britannico, n.d.r.) – con cui abbiamo registrato un album acustico dal vivo in Sicilia, a Palermo (There are many sides to the night, pubblicato nel 1995, n.d.r.) – mi raccontava che Steve Howe era considerato dai fan degli Yes l’anima del gruppo ritenendo, in modo molto lusinghiero, che i fan dei Genesis pensassero la stessa cosa di me riguardo al mio ex gruppo. Da queste considerazioni, è nata l’idea di fare Genesis Revisited – il titolo penso fosse suo – che Colbeck voleva realizzare come progetto dal vivo. Successivamente, abbiamo ritenuto che fare un album in studio sarebbe stato il modo migliore per imparare nuovamente le parti originali e insegnarle ai partecipanti al progetto. Io ebbi l’idea di ampliarne la portata includendovi l’orchestra – la Royal Philarmonic Orchestra – e coinvolgendo colleghi di gruppi con un percorso musicale analogo ai Genesis, in special modo i miei amici dei King Crimson. C’è sempre stata una sorta di crossover naturale tra queste band in quanto, già nel lontano 1971/1972, ero stato coinvolto in progetti di Peter Banks, Jan Akkerman e John Wetton. Capisco la difficoltà dei fan che vorrebbero vederti suonare nuovamente con Peter Gabriel, Phil Collins e magari con la formazione originale. Al contrario, la cosa importante per me è che la musica sopravviva e la squadra sia flessibile. Il mio amico Richie Havens considerava le cose scritte su Please don’t touch (il secondo album solista di Hackett pubblicato nel 1978, n.d.r.) la musica classica del futuro: puoi pensarla in questo modo anche se poi c’è la musica classica dell’Ottocento. Non è più possibile riportare in vita Čajkovskij e allo stesso modo non si può mettere insieme la formazione originale dei Genesis. Ciò che resta sono gli album dal vivo, ovviamente.

VeroRock: Hai appena menzionato l’orchestra. Ti sei divertito recentemente a suonare con le orchestra e il coro? Sei rimasto soddisfatto dalla resa sonora oppure ritieni ci possano essere state a tratti delle ridondanze tra il tuo gruppo e l’orchestra?
Steve Hackett: No, non credo ci siano state ridondanze. Alcuni anni fa abbiamo fatto un tour nel Regno Unito insieme alla Heart of England Orchestra, suonando dal vivo alla Royal Festival Hall (nel 2018 è stato pubblicato un album dal vivo intitolato “Genesis Revisited Band & Orchestra: live at the Royal Festival Hall”, n.d.r.). C’è stato il tutto esaurito ovunque, è stato fantastico! A Wuppertal abbiamo riproposto essenzialmente la stessa scaletta con l’aggiunta di un coro, ed è stato davvero straordinario! (la band di Hackett ha tenuto tre spettacoli consecutivi, dal 14 al 16 aprile 2023, con la Sinfonieorchester Wuppertal e il coro Amici del canto, n.d.r.). Tuttavia, in quel periodo siamo stati perseguitati da una serie di eventi sfortunati. Mia moglie Jo ha dovuto subire un intervento chirurgico per una frattura alla mano. Poco dopo, al termine di una sessione di prove, sono caduto infettandomi la mano: la sfida è stata suonare la chitarra classica con la mano bendata, con tanto di scuse nei confronti del pubblico. Dopo il primo dei tre concerti, Amanda Lehmann (cantante/chitarrista, special guest in molte date del tour, n.d.r.) non ha potuto più cantare avendo perso temporaneamente la voce in conseguenza di un infezione e, infine, nello stesso tour, Rob Townsend (fiati, tastiera e voce, n.d.r.) è stato costretto a saltare diversi concerti per via di una caduta che ha comportato l’applicazione di alcuni punti di sutura sulla bocca. Sembrava che fossimo perseguitati dalla iella! Tuttavia, gli spettacoli sono stati molto belli con l’orchestra, eravamo tutti molto nervosi perché non sapevamo se tutto avrebbe funzionato ed io mi sentivo come un soldato ferito che doveva guidare la carica!
VeroRock: Poi è andato tutto bene.
Steve Hackett: Si, è andato tutto bene. Penso che la terza serata sia stata la migliore perché alla fine, per allentare la troppa pressione accumulata, mi sono rivolto al pubblico dicendo che non avremmo badato alla qualità della performance ma avremmo considerato la serata al pari di una festa. Ma, come ho detto, Amanda ha cantato solamente la prima sera, unendosi successivamente solo come strumentista. Penso che la terza serata sia stata davvero qualcosa di grandioso con un’orchestra meravigliosa!

VeroRock: Come e quando è nata l’idea della lunga e fantastica improvvisazione chitarristica al termine di Supper’s ready?
Steve Hackett: Ricordo che Peter Gabriel disse, a proposito della sua interpretazione di Supper’s ready dal vivo, che stava cantando per la sua vita. È ovvio che per lui si trattasse di qualcosa di emotivamente coinvolgente. Per quanto mi riguarda, l’assolo di chitarra è la mia versione della sua interpretazione vocale. Su disco, il finale è in rapida dissolvenza anche se vi sono molte chitarre, armonie, tapping e il resto, per cui ho pensato di contribuire dal vivo con un assolo leggermente diverso ogni sera che mi piace eseguire suonando la chitarra con uno dei miei pedali fino all’ottava più alta. Ha durata più breve dato che non voglio costringere i miei compagni – che terminano la performance molto prima di me – ad aspettarmi! Ehi, il tempo è scaduto!

VeroRock: Hai menzionato la tua band. Quella attuale non è mai stata così brillante come adesso. Quali sono i fattori chiave che hanno determinato questa armonia e compattezza sul palco?
Steve Hackett: Beh, devo ammettere di essere molto fortunato di aver suonato con musicisti e cantanti straordinari ma penso che quella attuale sia la migliore band dal vivo che io abbia mai avuto. È Nick Beggs (precedentemente bassista del suo gruppo, n.d.r.) che per primo ha manifestato questa convinzione, dimostrandosi molto generoso in quanto non fa parte dell’attuale formazione.
VeroRock: Quindi ritieni che questa sia tecnicamente la tua band migliore.
Steve Hackett: Penso di avere il miglior collettivo di sempre, non fa differenza se esegue il mio materiale o quello dei Genesis, se la musica è nostalgica o innovativa. È la stessa band che suona su Surrender of silence e su altri dischi e sono davvero entusiasta della produzione. Penso che sia una squadra incredibile, è difficile non considerarli un gruppo e gran parte di questo affiatamento deriva dalla loro sensibilità. Questi ragazzi mi lasciano a bocca aperta ogni sera!

VeroRock: Hai alle spalle più di cinquant’anni di brillante carriera. Quali sono i tuoi successi più significativi e quali i rimpianti (se ne hai)?
Steve Hackett: I miei più grandi successi, oh mio Dio! È stato Steve Tobin, un amico di lunga data che realizza spot pubblicitari con cui scambiamo spesso pareri, ad affermare che a posteriori si ha sempre la sensazione di non aver ottenuto grandi risultati in passato dato che si è sempre concentrati su cosa fare la volta successiva e come farlo meglio. C’è, tuttavia, una cosa che mi ha fatto particolarmente piacere. Quando, nel 1973, ho introdotto la chitarra classica nelle composizioni dei Genesis – e poi in misura sempre maggiore negli anni successivi, sia con i Genesis che da solista – lo strumento non era ancora popolare in ambito rock. Ma poi ho notato che la chitarra classica ha iniziato a farsi strada nei lavori di Madonna, di Sting e mi ha fatto riflettere il fatto che questo strumento sia entrato a far parte di un genere apparentemente distante come il rock’n’roll. Rimpianti? Beh, il mio unico rimpianto è di non aver incontrato Jo parecchio tempo prima quando lei era appena maggiorenne ed io un giovane libertino. Sarebbe stato fantastico!

VeroRock: Tu e tua moglie Jo vi conoscete da tanto tempo e siete felicemente sposati dal 2011. Qual è il vostro segreto e in che modo questo legame così forte si riflette sulla scrittura dei brani?
Steve Hackett: Beh, siccome io sono un maiale e lei è un angelo, entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro, è così che funziona (il maiale è simbolo dell’impurità, in contrapposizione all’angelo, simbolo di purezza, n.d.r.). Sto scherzando! Penso che Jo sia molto dolce, paziente, fantasiosa, socialmente consapevole e si preoccupa per tutti, non solo per me.
VeroRock: Lei sembra essere il vero motore della tua creatività, energia, vitalità.
Steve Hackett: Assolutamente! Lei è al centro di tutto, sono molto fortunato di averla incontrata e sono stupito che sia sempre al mio fianco a sopportare i miei capricci e i miei umori ma soprattutto la mia frustrazione e agitazione quando non riesco a dormire la notte! Tutte queste cose non si vedono dall’esterno ma quando ci si ama entra in gioco il perdono. È la persona più dolce che abbia mai conosciuto e mi dispiace se questo rende geloso ogni altro uomo sul pianeta, ma non si può avere tutto in una volta sola! La adoro, lei che è seduta lì (Jo e poche altre persone sono fisicamente presenti all’intervista, n.d.r.).

VeroRock: Ora qualche domanda sui Genesis. Quanto hai contribuito alla crescita musicale e visiva dei Genesis?
Steve Hackett: Mi pongo continuamente questa domanda. La risposta è che alcune volte penso di aver contribuito molto, altre volte molto poco. Ad esser sinceri, penso sia stato Phil Collins ad affermare che siamo destinati a influenzarci reciprocamente. Non avendo mai fatto parte, fino a quel momento, di un gruppo che scriveva musica e si esibiva dal vivo, non sapevo che cosa intendesse dire. Ora l’ho capito perfettamente! Senza di lui e senza tutti noi non sarebbero esistiti i Genesis così come li conosciamo. È alquanto inusuale che in un gruppo ci siano ben cinque grandi compositori con una forte alchimia tra di loro. Considerato il livello elevato, penso che siamo stati tutti molto fortunati ad esserci incontrati. Spero che questa spiegazione chiarisca in parte la tua domanda.

VeroRock: Dove sta la bellezza di Foxtrot e può considerarsi il vero punto di svolta per la popolarità dei Genesis?
Steve Hackett: Beh, so che in Italia l’album è arrivato al primo posto in classifica. Cerco di rispondere anche all’altra tua domanda sull’aspetto visivo dei Genesis. Ripensando a quel periodo nel suo complesso, alcune canzoni di Nursery Cryme le eseguivamo di fronte a platee non sempre ricettive. Ho sempre avuto una particolare attenzione per l’allestimento scenico e quando iniziammo a presentare Foxtrot, ho voluto che i Genesis si dotassero di una scenografia di luci espandendo, al contempo, le potenzialità delle tastiere con un mellotron dato che a quei tempi, se volevi ottenere un particolare suono di tastiera, dovevi dotarti di un’altra tastiera.
VeroRock: Quindi il tuo contributo mirava ad ampliare le prospettive sonore.
Steve Hackett: Sì, penso che hai espresso molto bene il concetto. Ma anche visivamente, perché se porti in scena musica complessa in modo fisicamente coinvolgente, puoi far sembrare tutto più semplice. In altre parole, c’è una storia che accompagna ogni canzone, a partire dal brano di apertura, Watcher of the skies. Non eravamo ancora conosciuti nel resto del mondo ma in Italia suonavamo in grandi strutture come i Palasport. Ricordo che quando stavamo scrivendo e provando il brano durante il soundcheck, dal mellotron si sprigionava un suono fantastico. Quindi, penso che gli italiani abbiano da sempre considerato Foxtrot un album classico nello stile e dal suono simile a un’orchestra.
VeroRock: Una squadra di alieni!
Steve Hackett: Una storia di fantascienza interpretata da Peter Gabriel su un palco semibuio dove puoi scorgere in controluce le sue fattezze da alieno. E poi, un allestimento scenico che consta di lampade a ultravioletti, ghiaccio secco, fumo, alberi illuminati, uno sfondo in mussola, bagliori di luce. Il pubblico si trova improvvisamente di fronte una squadra di alieni e la mia percezione di quell’album è cambiata nel tempo: se prendi il meglio di Foxtrot che è un album meraviglioso e il meglio di Selling England by the pound, questo è stato un periodo aureo per i Genesis.
VeroRock: Si, lo è stato!
Steve Hackett: Si, anche per te? Foxtrot è stato, a modo suo, un album innovativo che racchiude stili musicali diversi, ritmi sincopati, elementi classici, una moltitudine di generi musicali, il senso della narrazione, il viaggio omerico nella letteratura greca, la lingua parlata, la lirica, la bellezza dei testi e l’ambiguità di brani quali Watcher of the skies, anche se non se ne conosceva il significato. E poi, adoro suonare dal vivo Horizons, Can-utility and the coastliners e l’album nella sua interezza senza introduzioni alle canzoni, tutte cose che all’epoca non è stato possibile fare. Il pubblico si aspetta esattamente questo da noi ed è una gioia suonare l’album in Italia, ovvero nella casa spirituale che lo ha accolto e compreso fin da subito.

VeroRock: Quali sono gli aspetti positivi, musicalmente e umanamente, di aver fatto parte dei Genesis?
Steve Hackett: Beh, abbiamo imparato gli uni dagli altri e penso che continuiamo a farlo anche se ciascuno di noi fa finta di non ascoltare quello che fa l’altro! (risata). Farsi i complimenti a vicenda privatamente e competere pubblicamente è una roba da matti! Devo dire che gli aspetti positivi superano di gran lunga quelli negativi. Ho fatto parte di un gruppo fantastico ed è importante per me che i primi album siano stati celebrati nientemeno che da John Lennon che considerava i Genesis, da Nursery Cryme in poi, i veri eredi dei Beatles!
VeroRock: Il più grande complimento!
Steve Hackett: È il complimento più grande. Ogni volta che penso tra me e me “Ehi, sai, forse … no, no, aspetta un attimo!” persino una canzone semplice che mi ricorda una delle prime cose che ho scritto con Phil Collins, For absent friends, è stata composta avendo in mente Eleanor Rigby, perché stavamo pensando agli inglesi e al tema della compassione nei confronti di persone di una certa età – due anziane signore invece di una – che commemorano la scomparsa dei propri cari. I Beatles sono stati fantastici, Lennon ha insistito su questo punto ed io penso “Dio, non è meraviglioso?” Puoi ignorare quanto detto da altri, ma non quanto affermato da Lennon. È un pò come se Shakespeare dicesse: “Ehi, mi piace come reciti! Continua così!”

VeroRock: Un aggettivo per definire sette persone: Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks, Mike Rutherford, Anthony Phillips, Ray Wilson, Richard Macphail. Un suggerimento: Peter Gabriel visionario?
Steve Hackett: Posso affermare che sono tutti individualmente geniali! Quindi, non userei un aggettivo che li divide, ma uno che li unisce: la genialità! E tutti possiedono un’immensa compassione, credo.

VeroRock: L’intervista, purtroppo, è finita ma prima di lasciarci avrei un’ultima domanda. Nella tua autobiografia racconti di aver assistito a un concerto dei Genesis nella tournée di Duke. Dov’era e com’è stata la tua esperienza da spettatore? Che cosa ti ha colpito di più?
Steve Hackett: Beh, ho sempre spinto i Genesis a realizzare uno straordinario spettacolo dal vivo. Per la prima volta ho avuto la sensazione di essere contemporaneamente sul palco e fuori dal palco e l’ho rivissuta in sogno molte altre volte! Il cinquanta per cento delle canzoni eseguite quella sera le avevamo scritte insieme. L’impatto è stato così forte al punto da non riuscire a dormire la notte successiva!
VeroRock: È stato a Londra?
Steve Hackett: Si, è stato all’Hammersmith di Londra, ma non ricordo la data precisa.
VeroRock: Non penso fosse all’Hammersmith, era un posto piccolo (ritenevo, erroneamente, che si trattasse del concerto al Lyceum Ballroom il 6 o 7 maggio, n.d.r.).
Steve Hackett: No, era decisamente Hammersmith! (Hackett si ricorda molto bene, i Genesis tennero tre concerti consecutivi all’Hammersmith Odeon, dal 27 al 29 marzo, n.d.r.).
VeroRock: Quindi ti hanno impressionato.
Steve Hackett: Si, è stato uno spettacolo eccezionale. Sono stati tutti bravissimi, c’è solo un appunto che devo fare: il volume della chitarra era troppo basso. Ho pensato “perché il volume è così basso? Dovrebbe sentirsi di più nel mix!”
VeroRock: Forse perché non c’era più Steve Hackett! (risata)
Steve Hackett: No, no! Ma a parte questo, tutti hanno suonato ad alti livelli. Non sono riuscito a dormire per un pò perché ho capito di aver compiuto la mia missione, che il sogno si era realizzato, sapevo di aver fatto la cosa giusta perché…
VeroRock: Fino a quel momento la tua carriera era già notevole dato che avevi appena pubblicato Defector (il quarto album solista di Steve uscito nel 1980 con cui raggiunse l’apice commerciale, n.d.r.).
Steve Hackett: Beh, a volte devi essere impopolare per essere popolare, in un certo senso devi rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro. Posso affermare, con orgoglio, che se non avessi fatto quella scelta, non farei quello che sto facendo oggi: da un lato, comporre album di musica nuova che amo nella stessa misura e intrisi di altrettanto sentimento di quelli scritti con i Genesis e, dall’altro, far rivivere il sogno dei Genesis non solo con la mia band e con una scenografia di luci ma a volte con l’aggiunta di un’orchestra, di ospiti speciali, di fiati e ottoni suonati da persone capaci di elevare quella musica ad un livello superiore. Credo che tutto questo sia stato ben realizzato e ci sto tuttora lavorando su.
La cattedrale è stata costruita con i fiammiferi, speriamo che non venga spazzata via da un forte vento!

VeroRock: Steve, grazie per essere stato in nostra compagnia. Alla prossima!
Steve Hackett: Grazie!

VeroRock desidera ringraziare STEVE HACKETT e JOANNA LEHMANN per la loro cortesia e disponibilità.

La video intervista è visibile sul canale Youtube di VeroRock.it al seguente link:

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1 comment

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Paolo Crialesi 7 Agosto 2023 at 16:31

A volte i sogni si realizzano…basta crederci! complimenti a tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questa intervista e soprattutto a Raffaele per l’impegno e la professionalità con la quale affronta sempre le proprie sfide.

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