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Live Report SOMMARIO

STEVE HACKETT: ‘Una serata perfetta ed indimenticabile’!

ROMA, Auditorium, 30/07/22 – Che dire … all’improvviso le luci del palco si spengono, le ultime note che si erano posate nelle nostre orecchie e sospese nell’aria si dissolvono completamente, e così lenta ma inesorabile la notte colora il cielo sopra l’auditorium.

Oggi (mentre scrivo) nonostante sia passato del tempo, le emozioni di chi era lì non sembrano essersi per niente raffreddate, anzi per quanto mi riguarda sono ancora forti e vivide, gli occhi sono ancora pieni degli sguardi che noi presenti ci siamo scambiati con i musicisti durante la stupenda ovazione finale, che al grido di alé oh oh, ancora rimbomba forte nelle orecchie e nel petto a conclusione di una prova semplicemente maestosa, dove ogni nota era al posto giusto, e ha connesso progressivamente tutti i presenti in un unica anima che vibrava all’unisono con la musica. Ebbene qualche giorno fa, nella cavea dell’Auditorium capitolino il sottoscritto era presente. Non mi sembrava vero, eppure ero lì, e per la prima volta stavo per assistere a quello che definisco uno (se no il migliore) degli spettacoli musicali più belli a cui ho preso parte fino ad ora. La prima cosa che ho fatto è stata quella di guardare il palco vestito a festa con tutti gli strumenti in bella mostra, ma le vibrazioni si fanno più forti quando vedo che la cavea è piena in ogni ordine di posto.

Picture by Vincenzo Ricca

L’attesa per l’inizio dello spettacolo è un misto di smania e frenesia, ma basta attendere che l’orologio segni le ore 21:00 (e qualche minuto) e le luci in un istante si colorano, e tutti noi con il cuore a mille all’ora accogliamo con un boato l’entrata di Roger, Rob, Craig, Jonas e la bionda Amanda che dopo averci salutato con i loro sorrisi fanno spazio, on stage, ad un piccolo grande gigante che risponde al nome di Steve Hackett. Da quel momento ho subito pensato che mi avrebbero atteso solo forti emozioni in questo evento live, grazie soprattutto alla magia che questa grande musica ha nelle nostre vite.

Si fà appena in tempo a notare che Steve indossa una sciarpa di colore blù (invece che rossa) e subito si parte con Every Day, una bomba sonora straordinaria. Il brano in questione fa parte della sua carriera solista, ed è contenuto nel disco “Spectral Mornings” datato 1979; ci troviamo di fronte ad un viaggio dai contorni fantastici con un intro molto allegro e pieno di brio accompagnato da bei cambi tonali e dal connubio delle voci dei musicisti presenti sul palco. Le parti strumentali sono una delizia assoluta per ogni tipo di palato, ma la cosa più bella sono i sorrisi di Steve mentre, con la sua solita classe purissima, esegue la sua musica, a dimostrazione che la voglia è quella di sempre e i sorrisi, sopra citati, oggi come allora non sono cambiati. E, manco a dirlo, anche se siamo solo alla fine del primo tassello di questo concerto , ci sono applausi scroscianti che arrivano da ogni angolo dell’Auditorium. Di contro veniamo salutati da Steve con un “Amiciiiiiii……” che ci esorta a seguire la musica. Quì ci andiamo a tuffare nell’anno di grazia 1975 in cui ha visto la luce “Voyage of The Acolyte”, e sin da subito sembra di essere in una bolla senza tempo, la voce di Amanda e il flauto traverso di Rob guidano i nostri passi all’interno di questa magica storia mentre restiamo sospesi nell’incredibile bellezza di questa musica senza tempo. Siamo catapultati in un piccolo universo dove si alternano sensazioni di meraviglia, sorpresa e inquietudine come persi nei pensieri in cerca di una visione, come la luna che eclissa il sole ….“lost in thought in search of vision / as the moon eclipsed the sun”. Questa era Shadow of The Hierophant. Una menzione speciale bisogna farla per la bravura di Amanda, a cui vanno i miei complimenti personali, che nel doppio ruolo di chitarrista e cantante ci ha regalato una prestazione veramente degna di nota. Applausi e ancora applausi, con il padrone di casa che ci incita con il suo “…..cantareeeee….”, e allora dopo un rapido cambio di palco in cui Jonas và ad imbracciare uno strumento double neck, tipico nel genere progressive, e la bravissima Amanda lascia il posto dietro il microfono a Nad Sylvan.

E ora si comincia con quello che tutti aspettiamo da un po’, e cioè un excursus musicale attraverso il percorso principale che risponde al nome di Genesis, il tutto sulle tracce di un live storico come “Seconds Out”. “A Trick of The Tail” è un disco del 1976 la cui terza traccia è composta da Antony Banks e Mike Rutherford. Ed è proprio grazie alla mente e alla penna di Mike che prende vita la storia di questo animale brutto e che piange sempre e che risponde al nome di “Squonk” . Si abbassano leggermente i toni ma sempre con classe, occhi e orecchie sono attratti oltre che dalla bravura dei musicisti anche dalla delicatezza di questa preziosa gemma musicale. “…imaginary creatures are trapped in birth on celluloid…” . I toni si fanno ancora più soft, e Nad con la sua voce ci porta in un mondo sotterraneo tappezzato di moquette rossa, dove si trovano delle creature immaginarie intrappolate e striscianti, ma a dispetto di ciò la canzone è fumosa ma delicata e avvolgente con lievi tratti psichedelici quasi sognanti. Dopo aver ascoltato The Carpet Crawlers, che all’epoca è stato l’ultimo brano che Peter Gabriel cantò prima di uscire dalla band, Nad, con la sua eleganza e lo stile retrò, da dietro il microfono chiama a raccolta tutti i presenti a cantare con lui le gesta di un ladro che va a rubare soldi e diamante, ma mentre nasconde tutto nel suo sacco non si accorge che l’allarme ha richiamato i poliziotti che lo circondano. Purtroppo poco prima della metà del brano, la chitarra di Steve diventa muta, ma il tecnico di palco la fà risorgere quasi subito meritandosi così l’appaluso spontaneo da parte del pubblico romano, pubblico che così si potrà godere in tutta tranquillità e fino alla fine “Robbery, Assault and Battery”, canzone sostenuta da una perfetta quanto performante sezione ritmica grazie a Jonas e Craig; ma secondo me la parte da protagonista in questo caso è tutta per Roger e il suo bellissimo solo di tastiera decorato con bei cambi tempo senza mai risultare stucchevole, e che poi, come versione originale vuole, và a lasciare il posto al rientro generale degli altri strumenti. Ma adesso i miei occhi e le mie orecchie sono tutte par Nad, che con la sua classe innata va a eseguire un brano scritto da Tony Banks e cantato, all’epoca, da Phil Collins. Per un attimo ci si allontana dalle atmosfere tipicamente progressive in favore di una splendida e toccante ballata, illuminata dall’ultimo accenno di luce rossa che ha il sole mentre sta per tramontare. Nad è semplicemente fantastico, grazie alla sua linea vocale intrisa di malinconia, nel raccontare una storia fatta di pensieri, ma sono i pensieri illuminati dagli ultimi bagliori di una persona che vorrebbe vivere una situazione migliore di quella in cui si trova dopo aver perso tutto in maniera brusca e repentina. Musicalmente la canzone è tecnicamente abbastanza semplice ma di grande impatto emotivo, chitarra e tastiera giocano ad intrecciarsi fra loro con molta malinconia, regalando così un tappeto di note che danno un andamento ondeggiante ad “Afterglow”.

Picture by Vincenzo Ricca

Nemmeno il tempo di godere appieno di questa dolce ballata, ed ecco che parte uno degli intro più belli, significativi e storici del rock progressivo, e appena Roger comincia a suonare i suoi tasti bianchi e neri parte “Firth Of Fifth”. Canzone epica in ogni suo passaggio che non ha bisogno di ulteriori presentazioni, e questo viene sancito dalle urla gioiose del pubblico che, nota dopo nota, ne tributa il giusto valore; una delle metafore che accompagna questa composizione è quella dello scorrere della vita di un uomo che poi come un fiume va a sfociare nel mare, con tutta la sua bellezza malinconica. Quì il pianoforte è il protagonista designato grazie anche all’intreccio delle sue armonie e melodie, a sostegno troviamo la chitarra di Steve e la 12 corde di Jonas ad abbellire un sound che ci avvolge e ci rimanda lì, dove il tempo non ha più alcun significato. Nad con la sua dona quel tocco di dolcezza che permea tutta la composizione, e che ci accompagna verso l’ipnotico e carezzevole assolo ai fiati da parte di Rob fino a sfociare in un interludio strumentale da brividi, immenso ed epico fino a giungere all’ovazione finale del pubblico. Un plauso particolare quì va fatto a Craig e Jonas che con la loro sezione ritmica hanno saputo essere funzionali al brano senza forzare e sconvolgerne le coordinate originali. “Jacob, wake up! You’ve got to tidy your room now…” eh sì avete capito bene, restiamo nel 1973, il disco di riferimento è sempre Selling England by the Pound. La storia è quella di Jacob, un ragazzo che impiega il suo tempo nell’ozio ma un giorno viene invitato a cambiare e a provare a diventare adulto per non sprecare più il suo tempo. “I Know What I Like (in your wardrobe)” è un classico che in sede live, viene arricchito con una bella parte strumentale, con lievi ammiccamenti jazzistici, dove Steve dà il meglio di sè insieme ai suoi musicisti, per poi tornare su quelle coordinate rock un po’ romantiche e un po’ estrose che sono la spina dorsale di questa composizione. I tasti bianchi e neri suonati da Roger, si confermano ancora protagonisti, e ci introducono un brano brioso ed entusiasmante come “The Lamb Lies Down on Broadway” dall’omonimo disco del 1974, dove si trattavano temi come la purificazione e il sacrificio dove la figura metaforica dell’agnello rimanda alla religione e al cambiamento interno che il protagonista sta vivendo, ad esso si aggancia la sezione finale di un brano, questa volta datato 1971, come “The Musical Box” in cui si parla, anche quì, di sacrificio, ma anche di morte, reincarnazione e purificazione, anche esso fra i più famosi dei Genesis. Una storia anche quì molto particolare e affascinante ma di cui godiamo solo della sezione finale con Nad che dopo aver pronunciato “….touch me now, now, now, now….” fa prendere alla band un’alta ennesima ovazione. Il sottoscritto invece sperava in una versione integrale della stessa, ma va bene così, anche perchè non riesco ad aver il tempo per pensarci un attimo di più. Se vi chiedete il perchè, è presto detto, da “Foxtrot” saranno estrapolati i seguenti 23 minuti e diventeranno l’apoteosi del concerto (secondo me), perchè verrà eseguita in tutta la sua monumentale interezza “Supper’s Ready”, una favola divisa in 7 parti. Cosa dire di questo lasso di tempo, se non che in quel momento si è fermato, sono stato catapultato dentro le atmosfere sonore e liriche del brano, dove ogni passaggio scandiva suggestioni ed emozioni fortissime, che ancora ad oggi non riesco ad esprimere per descrivere questo immenso capolavoro contenuto in un disco altrettanto geniale, e quì mi ripeto ancora, ma oltre agli strumentisti un ruolo decisivo come narratore lo riconosco a Nad che, anche per mezzo delle sue capacità canore che evidenziano la sua grande empatia con questo repertorio, mi rende dolce l’ascolto della suite più bella della storia del rock progressivo. Musicalmente non trovo molto da dire se non che è perfetta, armonica, epica e chi più ne ha più ne metta. Alla fine infatti è stata una ovazione totale anche perchè “….il re dei re è tornato a condurre i suoi figli a casa per portarli nella nuova gerusalemme….”. Pezzo da brividi nel suo essere immenso.

E poi si và avanti “….una volta uomo, come il mare mi sono infuriato / una volta donna, come la terra che ho dato / in realtà c’è più terra che mare….” quì si parla di un ragazzo e una ragazza che vogliono passare una serata insieme al cinema; “Cinema Show” si compone mano a mano che avanza, ci immergiamo in una atmosfera molto eterea dove veniamo invasi da coriandoli di luce, intanto la voce di Nad accompagna la morbidezza della chitarra prima e del sax poi, fino ad un connubio generale fra tutti gli strumentisti. Si arriva ad un intermezzo di sola musica in cui la fanno da padrone il cambio di tempo e le ipnotiche armonie delle tastiere, e questo ci porterà per mano verso un brano, breve, che non viene citato espressamente ma che ne è la naturale conclusione e cioè “Aisle Of Plenty” dove nelle note si può scorgere il tema portante di “Dancing With The Moonlit Knight”. Neanche a dirlo, alla fine sono appalusi a scena aperta per tutti. Purtroppo però pare che siamo arrivati ai saluti finali, anche perchè i musicisti sembrano essere convincenti nella loro uscita dallo stage, ma non hanno fatto i conti con il grande cuore e la grande voglia del pubblico dell’Auditorium che più che fragorosamente chiede il bis. Il tempo di riposarsi qualche minuto ed ecco la band tutta insieme, compresa Amanda, sale sul palco chiamandoci a raccolta sotto il palco perchè ci regaleranno un finale veramente importante, si comincia con “Dance On A Volcano” dove si sente marcatamente la loro impronta musicale, i passaggi strumentali lasciano a bocca aperta, la sezione ritmica vede alcuni passaggi tra basso e batteria eseguiti in maniera simultanea e intanto la chitarra di Steve, con le sue melodie, ci ammalia e ci si stampa nella testa. Chiusura di concerto in arrivo, sì perchè senza pause agganciano “Los Endos”, quale modo migliore per scrivere la parola fine a questa stupenda e immensa esibizione, una canzone affascinante e a tratti mistica. In mezzo un bell’assolo dietro i tamburi da parte di Craig, che fa battere a tempo le mani ai presenti, il rush finale è quanto di più armonioso ci possa essere grazie alle corde vocali di Nad e alle epiche e maestose trame tastieristiche di Roger. Insomma un finale da applausi, come del resto ogni brano suonato questa sera, applausi che tra l’altro sono durati qualche minuto causa il fatto che si sono trasformati in una autentica ovazione, seguita da un coro del pubblico in stile stadio con tanto di alè oh oh che, a giudicare dai loro sguardi, ha commosso e lasciato piacevolmente sopresi tutti i ragazzi della band, e con le foto di rito con alle spalle il pubblico ci hanno salutato, e hanno salutato definitivamente la capitale.

Ora, dopo che le luci del palco si sono spente definitivamente, e le luci della cavea si sono smorzate, ci avviamo verso l’uscita con in testa tante belle sensazioni che faranno parte per sempre dei nostri ricordi. Ci ricorderemo che questa esibizione ha portato con se due storie differenti ma parallele, infatti abbiamo potuto godere di una parte iniziale basata su composizioni estratte dalla carriera solista di Steve Hackett, accompagnato alla voce da Amanda Lehmann, che in maniera, oserei dire strepitosa, ci hanno fatto sussultare di gioia deliziandoci in maniera travolgente. “Shadow Of The Hierophant e Every Day” , nonostante abbiano più di 40 primavere sulle spalle, hanno conservato il loro forte appeal nel tempo, con sezioni ritmiche forti e potenti a sostegno di fasi strumentali che sono state letteralmente impetuose e al tempo stesso affascinanti, Steve dal canto suo non si risparmia e ciò esce dalla sua chitarra ce ne dà conferma.

La seconda parte del concerto, è certamente più corposa, ma è anche quella che il pubblico bramava, dietro il microfono compare Nad Sylvan e con lui splendono le note di Seconds Out il mitico live del 1977 registrato in quel di Parigi al palazzo dello sport. La scaletta della serata rimane fedele a quella del disco, e purtroppo resta fedele anche l’esecuzione della sola sezione finale di “The Musical Box” ma poi, come già detto in precedenza, due capolavori come “Supper’s Ready” e “Firth Of Fifth” vengono eseguiti integralmente, la prima in tutti i suoi 23 minuti di bellezza e la seconda viene completata dall’intro iniziale che Tony Banks dal vivo non eseguiva poichè in assenza di un pianoforte vero non riusciva ad eseguirlo in maniera corretta.

Ora che è tutto finito, e mi sono rimasti dentro solo degli indelebili echi di questa stupenda esibizione, avrei tante cose da dire ma solo poche ne riesco a scrivere; trovarsi al cospetto, in questo caso addirittura quasi sotto palco, di un simile gigante della musica, che grazie anche al suo apporto ne ha segnato nel tempo, in maniera indelebile, le coordinate stilistiche, è un qualcosa di veramente forte ed emozionante sia da vivere che da descrivere.

Grazie Amanda, Roger, Rob, Craig, Jonas e Nad.

Grazie Steve.

Stay rock, stay metal.

Line Up:

Steve Hackett – Chitarra e Voce

Amanda Lehmann – Voce e Chitarra

Nad Sylvan (Agents of Mercy) – Voce e Tamburello

Jonas Reingold (The Flower Kings) – Basso, Chitarra e Chitarra 12 corde

Rob Townsend (Bill Bruford) – Flauto, Sax, Percussioni e Tastiere

Roger King (Gary Moore, The Mute Gods) – Batteria, Percussioni e Voce

Set list:

Every Day

Shadow Of The Hierophant

Squonk

Carpet Crawlers

Robbery, Assault and Battery

Afterglow

Firth Of Fifth

I Know What I Like (in your wardrobe)

The Lamb Lies Down On Broadway / The Musical Box (closing section)

Supper’s Ready

Cinema Show/Aisle Of Plenty

Dance On A Volcano / Los Endos

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